Comune di Guardistallo
CENNI STORICI
In base al ritrovamento di alcuni reperti in pietra ed in metallo (forse armi od utensili), ora conservati al Museo Archeologico di Firenze, si evince che la prima occupazione del territorio di Guardistallo risale probabilmente all'età neolitica (2400 - 1800 A.C.).In seguito, ritrovamenti del periodo etrusco, fanno pensare ad un insediamento o comunque ad una frequentazione da parte di questo popolo di tale zona, particolarmente favorita dal punto di vista geografico, trovandosi al centro del territorio tra Volterra e Populonia - Baratti. Non si hanno notizie di un eventuale dominio romano.
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E' invece certa la traccia lasciata dalla presenza del popolo Longobardo, tanto che si fa risalire l'origine del toponimo "Guardistallo" dal germanico "Warte" (vedetta) o "Wardan" (guardia) e "Stall" (luogo).Questo nome fu assegnato dai Longobardi al castello che costruirono, intorno al VII° sec d.C, sulla sommità del colle dove sorge il paese . Guardistallo passò dall'anno 1000 sotto il dominio dei Conti della Gherardesca che nel 1154 ne fecero dono al vescovo di Volterra, dal quale dipese per le questioni ecclesiastiche anche nei secoli seguenti.Sottoposto al dominio politico di Pisa vi si ribellò nel 1345, ma ridotto all'obbedienza ne seguì le sorti fino alla caduta della Repubblica sotto Firenze nel 1400. Guardistallo fu uno dei primi castelli a inviare i sindaci a Firenze per giurare fedeltà alla nuova Signoria e nel 1406 a costituirsi in Comune.Nel 1447 venne occupato dalle truppe di Alfonso D'Aragona, re di Napoli, che distrussero case e palazzi; rimase tuttavia in piedi gran parte della rocca dei conti. Dei secoli XVI° e XVII° non abbiamo notizie certe, mentre nel 1739 il territorio venne incorporato nel feudo da Francesco II e assegnato al marchese Carlo Ginori, insieme ai territori di Cecina, Riparbella, Casale e parte di Bibbona.Nel 1742 lo storico Targioni - Tozzetti visitò il paese e lo descrisse così: "Guardistallo era già grosso castello , ma oggi ha molto patito e vi sono molte rovine. Ha vicine delle boscaglie e non ha acqua molto buona".Dopo lo scioglimento dei feudi e la ridistribuzione delle terre nell'ambito della riforma agraria leopoldina si formò a partire dal 1776 anche a Guardistallo una nuova classe di facoltosi proprietari terrieri che favorì lo sviluppo dell'agricoltura e di conseguenza la crescita del paese.Il 14 agosto del 1846 i paesi della costa toscana furono colpiti da un violento terremoto che in pochi attimi abbattè case, palazzi, chiese e torri: Guardistallo fu uno dei paesi più colpiti. Il 70% delle case e la parte più alta del castello, del quale non rimangono infatti che pochi lacerti di muro oltre all'arco della porta d'accesso, andarono completamente distrutte insieme alla chiesa, al campanile e al cimitero, ridotto a un ammasso di macerie. Dopo il terremoto si riscontra una fase di intensa ricostruzione e di ampliamento alla quale risale la facies attuale del paese.Nel 1870 venne costruita la nuova chiesa sul lato dell'abitato rivolto verso il mare, intitolata ai santi Lorenzo e Agata, patroni del paese; quasi contemporanea è la costruzione di Villa Elena, casa residenziale dei Marchionneschi, una delle famiglie più importanti di Guardistallo e del teatro, luogo di svago per le famiglie ricche ed espressione della loro agiatezza.E' con riferimento a questi tempi ed a testimonianza dell'eleganza della vita dei suoi signori che Guardistallo venne chiamata "la piccola Parigi" ed i suoi abitanti presero il nome di "Calze lunghe".
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Alla fine della seconda guerra mondiale, il 29 giugno del 1944, l'esercito tedesco in ritirata mise in atto una feroce rappresaglia in risposta alle azioni partigiane svoltesi nella zona.Sessantatrè persone, tra le quali donne, bambini, molti sfollati ed il sindaco, eletto pochi giorni prima, vennero rastrellate, portate fuori paese e fucilate. Un secondo eccidio di circa 120 persone fu impedito dall'eroismo del parroco del paese, Don Mazzetto Rafanelli, che si offrì personalmente in ostaggio. Tale gesto gli valse in seguito una medaglia d'oro pegno dell'affetto di tutta la popolazione.Nel 1996 il Comune di Guardistallo è stato decorato con la medaglia di bronzo al merito militare e nel 1997 con medaglia di bronzo al valor civile.
L' ECCIDIO
Guardistallo, provincia di Pisa, 29 giugno 1944: una banda di partigiani si scontra con una pattuglia di tedeschi in ritirata. Per rappresaglia una cinquantina di civili, oltre a molti partigiani, vengono passati per le armi. La vita del piccolo paese ne è sconvolta, e la responsabilità dell'accaduto è attribuita, da una parte degli abitanti, ai partigiani, accusati di imprudenza e vigliaccheria. Una memoria controversa che si oppone all'epica resistenziale, assurta a memoria ufficiale dellaRepubblica antifascista. Cinquant'anni dopo il paese si rivolge allo storico, affinché scopra come sono andate davvero le cose quel lontano 29 giugno, e a chi la colpa debba essere attribuita. La risposta a tale domanda di «verità» è contenuta in questo volume che, dopo una approfondita analisi dei fatti, si chiude su una sentenza. Nel delineare il contesto storico nel quale collocare gli avvenimenti, questa ricerca rigorosa affronta anche lo spinoso tema delle responsabilità individuali, per poi interrogarsi sul significato delle contrastanti memorie di quel periodo, che sempre più esigono di essere ascoltate e interpretate.Tratto dal libro del prof. Paolo Pezzino, "Anatomia di un massacro"
La notte fra il 28 e il 29 giugno del 1944 il distaccamento partigiano «Otello Gattoli», composto di oltre cento elementi, si stava spostando dalla sua base, nella foresta del Querceto, fra Montescudaio e Riparbella, verso Casale Marittimo: lo scopo era passare la linea del fronte e occupare il paese prima delle truppe americane che stavano avanzando. Della formazione facevano parte molti giovani di Guardistallo, un ridente paese al confine fra le provincedi Pisa, Livorno e Grosseto, e di Guardistallo era anche il comandante del distaccamento, che conosceva molto bene la zona, dalla quale, del resto, la formazione partigiana non si era mai allontanata. Quel trasferimento, iniziatosi mercoledì 28 giugno alle 15, si era tuttavia rivelato estremamente difficoltoso, e pieno. di pericoli: la zona, infatti, era interessata in quei giorni dal passaggio del fronte, le truppe tedesche si stavano ritirando, e il distaccamento partigiano era costretto a muoversi con grande circospezione. l'attraversamento della strada «Salaiola», che porta da Cecina a Volterra, necessitò di molto tempo, per il transito continuo di mezzi militari tedeschi e per i frequenti tiri d'artiglieria americani. Problematico si rivelò anche il passaggio del fiume Cecina, che costeggia, in quel tratto, la strada. Il distaccamento era al completo, ed aveva con sé un prigioniero tedesco, catturato qualche giorno prima, che, tuttavia, nel corso della notte, fu lasciato libero in aperta campagna.
Le difficoltà incontrate nella marcia fecero sì che i partigiani, dopo aver superato senza difficoltà Montescudaio, si trovassero a dover affrontare quando già erano le sei di mattina, e quindi alla luce dell' alba, il passaggio della strada che porta da Guardistallo a Cecina, in località Brucia, una zona fittamente appoderata. I primi uomini avevano oltrepassato l'ostacolo quando sopraggiunse una colonna motorizzata tedesca: seguì un conflitto a fuoco, durato circa un'ora, nel corso del quale alcuni partigiani furono uccisi e altri presi prigionieri, mentre i loro compagni, soverchiati da forze troppo superiori per armamento e intrappolati in una posizione impossibile da difendere, cominciarono un ripiegamento e lo sganciamento nelle più svariate direzioni, disperdendosi nei boschi.
I soldati tedeschi, pochi minuti dopo l'inizio del combattimento, irruppero nelle case coloniche più vicine, uccidendo gli occupanti con raffiche di mitra e lancio di bombe a mano; operarono quindi un rastrellamento nei poderi adiacenti, separarono gli uomini dalle donne e li portarono in uno spiazzo, dove li passarono per le armi. I primi ad essere fucilati furono i partigiani presi prigionieri. Complessivamente furono uccisi undici partigiani (compresi quelli caduti in combattimento) e quarantasei civili.
Un giovane di 23 anni morì quattro anni dopo a seguito delle ferite riportate quella mattina. Altri gruppi di civili, già rastrellati, furono salvati dall'intervento del parroco, che chiese con fermezza il loro rilascio al comandante delle truppe.
I tedeschi abbandonarono il paese la sera del 29 giugno. Gli americani entrarono a Guardistallo il 30 giugno, alle dieci del mattino.
2. In un primo rapporto del 15 novembre 1944 sulle investigazioni svolte a Guardistallo, il sergente Wren, appartenente allo Special Investigation Branch, una struttura dell' esercito britannico incaricata di indagare sui crimini di guerra compiuti dai tedeschi, così scriveva al suo comando: «A conclusione, vorrei dire che in alcuni casi i testimoni italiani sono stati reticenti e poco desiderosi di dare una piena assistenza. Dal mio punto di vista credo che la causa principale sia la paura che i tedeschi ritornino e i fascisti possano loro comunicare i nomi di chi ha collaborato con gli alleati. A Guardistallo c'è anche molto odio contro i partigiani, perché si afferma apertamente che le loro attività sono state la causa diretta dell' omicidio di questi civili. In alcuni casi i testimoni sono più desiderosi di denunciare i partigiani che il nemico»
Alla prima commemorazione dell'eccidio, il 29 giugno 1945, alcune vedove delle vittime apostrofarono aspramente i partigiani presenti, ritenendoli responsabili del massacro; da allora una parte della popolazione ha alimentato una dura polemica nei confronti dei partigiani e di quelle forze politiche che hanno difeso il loro operato, sostenendo che la strage sarebbe stata rimossa e dimenticata (il Comune non è riuscito ad ottenere il riconoscimento al valor militare conferito invece ad altri paesi colpiti da rappresaglie) proprio perché si volevano coprire le colpe dei partigiani, colpevoli di avere attaccato deliberatamente le truppe tedesche nonostante queste si stessero ritirando, e di avere lasciato quindi in difesa la popolazione, dandosi alla fuga. I partigiani, da parte loro, hanno sempre sostenuto che lo scontro fu assolutamente casuale, e che le loro forze erano troppo inferiori per potere resistere a quelle tedesche.
3. Solo ultimamente gli storici italiani stanno riscoprendo la complessità della memoria della seconda guerra mondiale, ed in particolare degli anni della guerra civile: emergono intere serie, anche consistenti, di storie non riconducibili a quella rappresentazione della Resistenza che ha sorretto, per circa trenta anni, la memoria ufficiale della nostra Repubblica. È a partire dagli anni sessanta, infatti, che della Resistenza si è privilegiato il carattere nazionale e popolare, raffigurandola come l'insurrezione di un intero popolo per liberare il paese dall'invasore tedesco e dai suoi pochi alleati fascisti, e lasciando in ombra la varietà dei comportamenti e delle dinamiche che hanno caratterizzato il vissuto degli italiani in quegli anni. Sulla memoria della Resistenza, del resto, si sono sempre combattute battaglie che hanno riguardato la comunità nazionalenel suo complesso, e l'interpretazione storica è stata spesso, se non completamente subalterna, almeno consapevolmente funzionale alla lotta politica: la Resistenza rappresenta un classico esempio di «uso pubblico della storia» nel quale il discorso storiografico è finalizzato più ad altri ordini di discorso (quello politico-istituzionale, o ideologico-partitico) che alla definizione analitica dell'oggetto studiato. Il tema dell'unità resistenziale, impostosi come raffigurazione dominante a partire dal disgelo costituzionale, ha positivamente sostenuto quel paradigma antifascista che «ha rappresentato la forma storica assunta dal problema nazionale dopo il crollo dello stato liberale e monarchico e la fine dell'occupazione" dello stato da parte dei fascisti», ma, a partire dall'esaurimento della funzione storica di quel paradigma (anni settanta), si è trasformato nella celebrazione di una Resistenza «imbalsamata» in una dimensione ufficiale di grande movimento nazionale:interpretazione unilaterale almeno quanto quell'altra speculare, diffusasi in ambienti più ristretti a partire dalla fine degli anni sessanta, di una resistenza «rossa», ed in quanto tale disattesa e tradita dai partiti «storici» della sinistra. In entrambi i casi la dimensione unitaria della Resistenza e delle sue finalità come fenomeno storico veniva più presupposta che dedotta da circostanziate analisi storiografiche.Ci sono voluti trenta anni perché infine, per merito soprattutto del lavoro di Claudio Pavone, alla Resistenza venisse restituita la sua complessità: l'affermazione delle «tre guerre» in essa compresenti e intersecantisi, anche se discussa sul piano storiografico, ha tuttavia come liberato la memoria di quegli anni, ha riconosciuto, «da sinistra», la necessità di dare spazio alle storie e motivazioni dei perdenti, di coloro che scelsero cioè di combattere dalla parte dei fascisti e dei tedeschi, e, soprattutto, ha consentito di indagare sulle molteplici, e a volte divergenti, memorie di quel periodo. Il solo fatto che nel titolo del volume di Pavone si faccia riferimento ad una moralità nella Resistenza, e non della Resistenza, indica l'abbandono di un approccio interpretativo unilineare, il riconoscimento che non tutte le storie e memorie sono convergenti e possono essere rappresentate da quella narrazione egemonica che ha sottolineato esclusivamente della Resistenza il carattere di epopea popolare e di momento fondativo della «nuova» identità nazionale: pensiamo, così, ai tanti che compongono l'area dell'attendismo, dell'opportunismo, del familismo, dell'egoismo (individuale, di gruppo o di classe che sia), insomma quella che oggi, riprendendo, sia pure con una forzatura del suo significato originario, un'espressione di Primo Levi, viene definita la «zona grigia». L'«uomo qualunque», dopo la guerra esaltato dal movimento politico di Giannini, si ritrova idealmente in quest' area più che in quella della Resistenza, armata o civile che sia, e indubbiamente non si riconosce nella memoria ufficiale che ha sorretto la costruzione dell'Italia democratica ed antifascista. Vi è anche un'altra memoria, che solo ora riaffiora, ed è in molti casi irriducibile a quella ufficiale, ed è la memoria dei parenti delle vittime civili di massacri perpetrati dalle truppe tedesche durante i lunghi mesi di occupazione. Quando si studino queste stragi da vicino, nella loro complessità e non semplicemente come esempi della «barbarie» tedesca, si deve constatare che spesso, nella memoria dei sopravvissuti, i responsabili del massacro sono considerati non solo i tedeschi, cioè gli autori materiali delle rappresaglie, ma anche i partigiani, cioè coloro che con le loro azioni, ma spesso con la loro semplice presenza, avrebbero scatenato il potenziale di violenza dei primi: «da una parte sta una memoria "ufficiale", che celebra le vittime come martiri della Resistenza; dall' altra la memoria dei superstiti, che costruisce sul lutto condiviso un'identità collettiva e attribuisce ai partigiani la colpa di avere provocato la rappresaglia», La memoria di queste vittime non rientra nel rituale pubblico della celebrazione del «contributo di sangue» offerto per la nuova Italia, ma rappresenta, come ha scritto con felice espressione Remo Bodei riferendosi all'Europa e alla sua presunta caratterizzazione di «patria della memoria», una «memoria divisa» e in quanto tale anche una memoria negata, perché non riconducibile ai canoni interpretativi ufficiali, attraverso i quali «le azioni di una minoranza attiva sono estese all'insieme della società nell'intento di procedere a quella che è stata definita la "nazionalizzazione" delle vittime del nazifascismo».
È arduo, per chi creda nei valori dell'antifascismo, dovere ammettere che in molti casi (ma non in tutti, e anche su questo si tratterà di riflettere) la visione che della lotta partigiana ci restituiscono le vittime delle stragi tedesche e fasciste assomiglia più a quella proveniente dai carnefici o dagli avversari della Resistenza che a quella di chi allora riteneva, ed ancora oggi comprensibilmente pretende, di avere lottato dalla parte giusta: è per questo che, come è stato notato a proposito del massacro di Civitella VaI di Chiana, «la memoria delle stragi di civili compiute dall'esercito tedesco in ritirata [...] è una memoria scomoda.
Infatti quelle stragi di rappresaglia, effettuate con lo scopo di interrompere il rapporto fra partigiani e popolazioni col terrore, se non ottennero nell'immediato il risultato che si prefiggevano, sembrano talvolta averlo ottenuto a distanza, nel lavoro di memoria dei superstiti». Nella difficoltà di prendere atto e dare significato ad una simile frattura, quella memoria è stata per lungo tempo messa in disparte, seppellita da una battaglia politica ed ideologica contro gli avversari della Resistenza che non si preoccupava di distinguere fra le varie posizioni, ostili o semplicemente estranee all' antifascismo che fossero, di chi in essa non si riconosceva inibendo l'ascolto e la valutazione delle sue ragioni. In questa lotta per la memoria, che si è combattuta anche sulla pelle delle vittime, gli argomenti o le sofferenze dei congiunti e dei superstiti sono rimasti spesso senza un interprete, e hanno potuto rappresentarsi solo per mezzo del cupo rancore (che in alcune situazioni è ancora percepibile, mentre in altre si è ormai attutito col tempo, ma permane comunque latente e pronto a riemergere quando se ne presenti l'occasione) che ha spesso connesso in unico rifiuto i partigiani del posto ed i valori dell'antifascismo, le commemorazioni ufficiali del 25 aprile che padre Balducci definiva «l'industria pubblica dell'eroismo» e la politica intesa come sfera pubblica regolamentata dalla competizione partitica, la retorica della Resistenza e l'idea stessa di «resistenza».
4. Una memoria, per quanto negata, continua tuttavia a sussistere, almeno fino a che siano ancora in vita coloro che ne sono i titolari e depositari, preme per riaffiorare, e talora ci riesce: accade così che, in occasione del cinquantesimo anniversario del massacro di Guardistallo, a chi scrive si siano rivolti il sindaco ed un comitato di cittadini, dove erano rappresentate le varie «anime» del paese, e gli abbiano chiesto di porre la parola fine all'assillo che divide la comunità, indicando una volta per tutte a chi attribuire la «colpa» di quei cinquanta civili uccisi a seguito di uno scontro fra le truppe tedesche in ritirata e la banda partigiana del posto. Dica dunque lo storico, dopo un'inchiesta approfondita, chi ha sparato per primo: nell'incontro col sindaco e col comitato cittadino fui invitato da tutti a non tacere niente, a ricostruire onestamente come «veramente sono andate le cose», senza preoccuparmi di quale delle due par ti sarebbe risultata la «vincitrice» nel conflitto che le opponeva e aveva diviso il paese. Iniziò così, con un inconsueto (ed un po' paradossale, in tempi di decostruzionismi e relativismi culturali) ricorso da parte di una comunità alla «professionalità» dello storico. come esperto di verità, una ricerca che è durata tre anni, e ha rappresentato, per chi l'ha vissuta nei panni di quell'esperto, non solo una significativa messa alla prova dei principi di responsabilità sui quali, da qualche tempo, gli storici stanno nuovamente sviluppando la discussione - non a caso a partire da quella Historikerstreit che ha diviso qualche anno fa gli storici tedeschi sull'interpretazione di Auschwitz - ma.anche una straordinaria sfida di ricerca della «verità». I cittadini di Guardistallo, insomma, mostravano di credere veramente che «soltanto lo storico, con la sua rigorosa passione per i fatti, per le prove e le testimonianze, che sono determinanti nel suo fare, può realmente montare la guardia contro gli agenti di oblio, contro coloro che fanno a brandelli i documenti, contro gli assassini della memoria e i revisori delle enciclopedie, contro i cospiratori del silenzio». Henry Rousso ha recentemente scritto, in merito alla possibilità di processare per crimini contro l'umanità, dichiarati imprescrittibili il 26 dicembre 1964 dal parlamento francese, i responsabili di Vichy dello sterminio degli ebrei, che il carattere altamente simbolico di questi processi nasconde dei pericoli: «c'est demander à la justice de formuler une condamnation des générations passées, de faire, au sens strict du terme, un procès de l'histoire [...]. Ce n'est pas le rale de la justice de faire - ou refaire - l'histoire».
Personalmente mi sono dovuto porre una questione specu-lare alla sua affermazione che non è compito del giudice fare la storia: se cioè sia compito dello storico fare giustizia, cio istruire un vero e proprio processo, valutare le responsabilità dei singoli attori che si agitano sul palcoscenico di un eccidio, ed emettere una sentenza. Non è la prima volta che mi è capitato di svolgere un'indagine affine a quella di un giudice, dato che in un mio precedente libro, su un episodio controverso avvenuto a Palermo nel 1862 avevo affrontato le questioni relative a «vero» e «verosimile», «prove» e «possibilità», «narrazione» e «spiegazione», riprendendo alcune considerazioni proposte da Carlo Ginzburg; e già allora mi era sembrato di poter affermare che una verità - sia pure intesa solo come ricostruzione ed affermazione di un ordine di concatenazione degli eventi plausibile o, meglio, più plausibile di altri ordini - fosse individuabile. Sia per la «congiura dei pugnalatori» che per il massacro di Guardistallo ho dovuto condurre un'indagine per interposta persona: quella del giudice Guido Giacosa, le cui carte avevano rappresentato la fonte principale della mia inchiesta sulla Palermo di 130 anni fa, e quella dei militari statunitensi ed inglesi che indagarono sulla strage di Guardistallo alla fine del 1944. Tuttavia, in quest'ultimo caso, non solo ho potuto giovarmi di carte d'archivio appartenenti alla stessa «famiglia» di quelle giudiziarie, ma mi sono anche trovato, proprio come un giudice, a interrogare testimoni oculari degli eventi, ognuno portato re di una propria visione, ormai cristallizzata, di quegli avvenimenti. Inoltre, in questa occasione, si trattava non solo di scrivere storia, ma anche, come ha sottolineato Charles Maier a proposito dei massacri di civili nella seconda guerra mondiale, di rendere giustizia, proprio in quanto venivo chiamato a ricostruire gli eventi secondo una trama non solo verosimile, ma che si pretendeva da me dovesse essere assolutamente veritiera: giustizia innanzitutto alle vittime, ascoltando e dando dignità di narrazione storiografica alle loro ragioni, ma anche ai partigiani, costretti in tutti questi anni a difendersi da accuse infamanti. E, nella misura in cui la mia ricerca fosse stata in grado di elaborare un giudizio sulle responsabilità, in teoria ancora perseguibili sul piano penale, dei tedeschi autori del massacro, anche in tal senso essa veniva a configura re l'operazione di «rendere giustizia»: insomma in questo caso rendere giustizia voleva dire non solo, come sostiene Yerushalmi, opporsi all' oblio, ma anche attribuire responsabilità, se non altro sul piano etico, ed in ciò mi ha confortato la convinzione di Todorov che «l'esistenza umana è impregnata in ogni sua parte di valori e che, di conseguenza, il voler espellere dalle scienze umane ogni legame con i valori è un compito disumano»
Anche in questo sta l'importanza della narrazione di singoli casi, che cioè il tema delle responsabilità, individuale o di gruppo, viene analizzato «sul campo», permettendo la verifica, attraverso le storie che si ricostruiscono, non solo della pretesa dei partigiani di considerarsi rappresentanti, nella loro lotta, dell'intero popolo italiano, e dell' aspirazione dei partiti del CLN alle funzioni di governo, senza esserne stati legittimati, date le circostanze, da nessun consenso elettorale, ma anche delle teorie generali che indagano sulle cause ultime dell'enorme potenziale di violenza scatenatosi in questo secolo, e discutono del collegamento di stragi, rappresaglie, massacri, col processo di modernizzazione dell'Europa contemporanea, e della natura globale delle guerre moderne, o si soffermano piuttosto su quella totalitaria della guerra scatenata dai nazisti.
Certo, lo storico che si accinge a recuperare alla storia anche la memoria, «divisa» o semplicemente «separata», dei familiari delle vittime di rappresaglie si muove, come ha recentemente sottolineato Claudio Pavone, su un crinale molto delicato: da un lato egli deve rispetto alle varie memorie, anche quelle che non hanno trovato posto nella narrazione storica egemonica, dall' altro non può rinunciare ad esercitare su di esse un giudizio critico che, come ho detto, inevitabilmente sconfina in un giudizio di valore. Lo storico rifletterà allora sul rapporto, tanto caro a Todorov, tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, valuterà lo spazio lasciato alla scelta individuale in una struttura militare, per giunta di uno stato totalitario, si interrogherà sulla possibilità di convertire la responsabilità morale in responsabilità penale (è il tema, quest'ultimo, dei processi per crimini contro l'umanità, recentemente riproposto dal caso Priebke); e sempre più spesso è dato leggere, nelle pagine di chi, da storico, si occupi di tali temi, un richiamo alla verità, nella «ricerca di nuovi e indispensabili punti di equilibrio fra la memoria, la storia e la coscienza civile [...] La distinzione tra il giudice e lo storico, che non va mai dimenticata, non deve peraltro trasformarsi in un alibi né per l'uno né per l'altro: per entrambi vige infatti !'imperativo etico della ricerca della verità, ciascuno con i mezzi e con gli obiettivi che gli sono propri»Personalmente, ho ritenuto di non potermi sottrarre alla domanda di verità che mi veniva avanzata dai committenti di questo lavoro. Ha scritto Claudio Pavone, a proposito di Civitella VaI di Chiana, che «la domanda riassuntiva, che sta alla base della polemica [...] può formularsi nel modo seguente: la colpa delle rappresaglie va fatta ricadere sui tedeschi e sui fascisti che le eseguivano o sui partigiani che con le loro azioni le provocavano?». La domanda, come vedremo, nella sua apparente semplicità, presuppone una serie di questioni, che investono la possibilità stessa di una «resistenza» contro il dispotismo e la tirannia; ma implica comunque, per quanto si possa cercare di allargare 1'angolo di visuale, un'attribuzione di responsabilità da parte dello storico. In altre parole, ricostruire e raccontare «come veramente sono andate le cose» è in questi casi non solo un esercizio storiografico, ma anche un'operazione di giustizia: e se lo storico è colui che svolge un'indagine, sia pure in maniera mediata, mi è sembrato conseguente ritenere che questa mia su Guardistallo dovesse, se possibile, individuare ed indicare responsabilità, cedimenti morali, imprudenze, dei vari attori, insomma, non sottrarsi - magari con un giustificato, ma in questo caso troppo comodo, richiamo al «contesto» di quegli anni - alla domanda di coloro che vogliono sapere «di chi è la colpa». Pur tenendo ben presente che la «colpa» è sempre, in prima istanza, di chi perpetra il massacro, si tratta di riconoscere che comunque, in una dimensione di responsabilità, l'eventualità della rappresaglia non può essere espunta dall'insieme delle valutazioni che i partigiani avrebbero dovuto affrontare prima di ogni azione. Insomma, la mia inchiesta doveva prevedere l'eventualità di un rinvio a giudizio oppure di un'assoluzione rispetto ai capi d'accusa che venivano avanzati dai miei committenti verso alcuni dei protagonisti di quell' episodio; e poiché fin dall'inizio ho pensato che mio compito dovesse essere anche quello di portare in giudizio altri protagonisti, che tendevano invece ad essere collocati più sullo sfondo che sul banco degli imputati, cioè i soldati tedeschi, quella del rinvio a giudizio non sarebbe stata solo una metafora, se le eventuali responsabilità di profilo penale dei tedeschi avessero riguardato persone ancora in vita (ammesso, naturalmente, che io fossi riuscito ad individuarle).Rendere giustizia attraverso l'operazione storiografica non è facile: «pretendiamo plausibilità, contestualizzazione, solido buon senso, capacità di giudizio e saggezza, proprio perché affidiamo al giudice e allo storico un compito impossibile [..], decidere quale spazio esistesse per il soggetto di scegliere fra alternative diverse, che è la condizione per attribuire responsabilità». Nel mio caso, avendo deciso di esplorare la possibilità di assolvere ad un simile mandato, si trattava poi di sfuggire ad ulteriori rischi, come quello di essere più disponibile a recepire le narrazioni dei partigiani rispetto a quelle dei parenti delle vittime, non solo perché istintivamente portato ad ascoltare con «simpatia» le ragioni dei primi, ma anche perché queste venivano articolate secondo un ordine del discorso, quello dell'impegno antifascista, che mi era più familiare rispetto a quello delle vittime, che attingeva viceversa prevalentemente alla sfera dei sentimenti privati e del lutto elaborato come esperienza individuale, e non come celebrazione civica e rito collettivo. D'altro canto mi sono accorto, col progredire della ricerca, che il mio rapporto con la comunità di Guardistallo era più complesso di quanto non avessi avvertito all'inizio: ho infatti percepito che nello storico si ricercasse non solo, come avevo pensato dopo il primo incontro, «l'esperto di verità», ma anche l'analista, colui cioè che potesse mettere in atto meccanismi di transfert, assumendo su di sé l'angoscia di quanto era avvenuto e allontanandola definitivamente attraverso la sua trasformazione in una narrazione coerente rispetto alle rappresentazioni che di quell' episodio gli abitanti di Guardistallo avevano ormai consolidato. Si apriva, in altre parole, una contraddizione fra lo storico, il cui «Dio dimora certamente nei dettagli», e la comunità che lo aveva cercato, il cui interesse era piuttosto quello «di trasformare la storia in memoria», ed in tal senso decisa a impedire che i «dettagli» portati alla luce dalla mia ricerca si opponessero a quella ricostruzione che essa aveva già autonomamente elaborato, e che con il mio appoggio di «esperto» si voleva semplicemente trasformare nell'unica legittimata a presentarsi come veritiera. Mi è sembrato così, almeno in alcuni snodi della ricerca, che ciò che ci si aspettava da me non fosse tanto la «verità», o un'attribuzione di senso all'evento inserendolo in un ordine più ampio, collocandolo in un contesto storico che lo rendesse paragonabile a decine di altri episodi, e permettesse quindi alla memoria locale di ricongiungersi, in qualche modo, ad una memoria più ampia, europea o mondiale, dei crimini contro l'umanità perpetrati durante la seconda guerra mondiale: ho piuttosto avvertito la richiesta di individuare una volta per tutte un colpevole che fosse facilmente percepibile, appartenente cioè a quello stesso ordine comunitario la cui armonia - presunta o reale che fosse ha qui poca importanza - si riteneva fosse stata definitivamente infranta da quell' evento.
In questa ricerca di un colpevole all'interno della comunità, della quale si parlerà diffusamente più avanti neltesto, potevo forse individuare una traccia di quei meccanismi della persecuzione e del sacrificio analizzati nell' opera di René Girard, ed il colpevole, o i colpevoli, potrebbero in questi casi essere assimilati alla vittima sacrificale delle diverse tradizioni religiose di cui parla in Il capro espiatorio. E' un meccanismo che scatta spesso in simili circostanze: così, nel caso di Civitella VaI di Chiana, «attribuire la responsabilità della strage ai partigiani è un modo per cancellare ogni traccia materiale dei carnefici senza rinunciare però a un bersaglio su cui riversare la propria aggressività. Trasformare i partigiani in un capro espiatorio dà l'indubbio privilegio di potere ricordare senza incorrere in quelle forme di reminiscenza legate alla crudezza della strage che viene così scotomizzata assieme ai suoi esecutori. In altre parole si tratta di un procedimento economico che permette di odiare senza soffrire. Mi si chiedeva cioè di dare ascolto alla memoria negata delle vittime non per affiancarla, ma per sostituirla a quella - indubbiamente più strutturata, se non altro perché ha potuto giovarsi in tutti questi anni di un discorso pubblico che la sorreggesse - dei partigiani e degli antifascisti, di seppellire, piuttosto che complicare, la memoria ufficiale della Resistenza, che ero stato chiamato non a sottoporre a verifica, ma a demolire. Non spetta a me stabilire in quale misura sia riuscito a dare ascolto alle memorie contrapposte che sulla strage di Guardistallo ancora oggi si scontrano (ma forse, più che in passato, si confrontano), evitando i rischi di una visione semplicemente «rovesciata» di quegli eventi: spero che i risultati della ricerca, che qui pubblico, dimostrino che essa è stata coscienziosa, rivolta, più che a combattere una battaglia contro o a favore di una o l'altra interpretazione, a narrare quell'evento, inserendovi dimensioni non colte dai protagonisti, ed individuando le relazioni e i rapporti che si creano fra i tre attori che sempre calcano la scena di un massacro per rappresaglia: i carnefici, le vittime, ma anche i partigiani. Credo e spero, da questo punto di vista, che la ricerca abbia qualcosa da dire non solo ai miei committenti, gli abitanti di un piccolo paese che ancora si interrogano su un singolo episodio avvenuto nella loro comunità cinquanta anni or sono, ma anche sulle questioni, oggi quanto mai attuali, relative ai massacri di civili nel corso di operazioni belliche, alla natura delle scelte partigiane, alle risposte delle popolazioni civili coinvolte dalle conseguenze delle guerre totali del XX secolo. Quello che posso assicurare è che, in questa esperienza, nata dall'incontro fra «domanda sociale di storia» ed il mestiere di storico, mi sono sforzato non solo di fornire un prodotto confezionato secondo le regole dell'«arte», ma di rimettere in discussione anche le mie certezze, sottoponendole alla verifica di prospettive e materiali che necessitavano, se volevo prenderli seriamente in considerazione, di complicare la griglia interpretativa dalla quale ero partito. Nel licenziare per le stampe i frutti della mia inchiesta, vorrei ricordare quanto ha scritto uno grande storico italiano: <<Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè rendersi conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L'imparzialità è un sogno, la probità è un dovere>>.
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