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Comune di Volterra

CENNI STORICI

Volterra - Pisa

 

Tremila anni di storia a Volterra

Poche città al mondo, al pari di Volterra, sono in grado di offrire un'immagine nitida del tempo passato e del susseguirsi delle civiltà.
Come il terreno è contraddistinto dal sovrapporsi dei segni delle ere geologiche che costituiscono la millenaria storia della terra volterrana, così l'impianto urbano mostra tracce del lento sovrapporsi delle opere dell'uomo che ne hanno modificato, in tremila anni, l'assetto originario.

La storia volterrana percorre varie tappe suddivisibili in quattro principali periodi:

il periodo etrusco e romano
il Medioevo

il Rinascimento

dall"Ottocento ai giorni nostri

 

  • Il periodo etrusco
  • Il periodo romano
Volterra - Pisa

Le descrizioni di Volterra, offerte dalla letteratura di tutti i tempi ci mostrano una città posta su un'altura, circondata da mura, dominante un vasto e immenso territorio: e infatti da qualunque parte ci si avvicini alla città, il profilo di Volterra, adagiata su un contrafforte collinare del periodo Pliocenico, a m. 541 s.l.m. domina il territorio circostante delimitato dal massiccio del Montevaso, dai cordoni dei Cornocchi e delle Colline Metallifere.
La posizione privilegiata del colle, posto alla confluenza della val di Cecina e della val d'Era, la naturale defendibilità del luogo nonché le caratteristiche ambientali e le risorse minerarie presenti nel territorio, favoriscono fin dal periodo Neolitico i primi insediamenti umani, sicuramente documentati dai copiosi reperti litici rinvenuti sul contrafforte volterrano e in particolare nella zona di Montebradoni.

 

arte etrusca - particolare del coperchio di un'urna funeraria raffigurante busto femminile a tutto tondo

Il periodo etrusco

 

Ma si deve agli Etruschi nel secolo VII, se concludendo il processo di aggregazione tra i vari insediamenti del colle volterrano, essi danno vita alla città di Velathri costruendo nel IV sec. la grande cinta muraria il cui perimetro, di oltre sette chilometri lascia supporre che insieme all'habitat racchiudesse anche terreni a pascolo e a coltivazione, capaci di assicurare alimenti in caso di prolungati assedi. Infatti, Volterra, divenne una delle dodici lucomonie che formarono la nazione etrusca, con un territorio che si estendeva dal fiume Pesa al mar Tirreno e dall'Arno al bacino del fiume Cornia; inoltre, nel VI sec., divenne la più importante base strategica della valle inferiore dell'Arno sia per la spinta romana dal sud, sia per l'invasione gallica dal nord.

Volterra - Pisa

 

Il periodo romano

Agli inizi del III sec., lo scontro decisivo del lago Vadimone (283 a. C.) segnò la definitiva rinuncia dei popoli dell'Etruria alla lotta contro Roma: Volterra sottomessasi ai Romani verso il 260, entrò a far parte, insieme ad altre città, della confederazione italica. Da un noto passo di Livio relativo agli approvvigionamenti che l'esercito di Scipione ricevette da alcune città etrusche, durante la seconda guerra punica nel 205 a. C., sappiamo che Volterra contribuì con legnami per le navi e principalmente con frumento, prodotto che presuppone una fondamentale attività agricola di tipo estensivo. Nel 90 a . C. con la Lex Julia de Civitate, Volterra ottenne la cittadinanza romana, fu iscritta alla tribù Sabatina e costituì un florido municipio i cui supremi magistrati elettivi ordinari e straordinari si trovano menzionati in varie iscrizioni. Scoppiata la guerra civile, Volterra seguì le sorti del partito di Mario; la città sostenne per due anni (82 - 80) un lungo assedio contro Silla, finché, stremata, dovette arrendersi.

particolare di iscrizione lapidea riportante la scritta CAECINA

Le conseguenze della sconfitta furono gravi, ma non irreparabili: grazie sia all'azione moderatrice di Cicerone sia al grande potere economico e ai rapporti con personalità di spicco della vita politica romana di alcune delle maggiori famiglie volterrane che riuscirono a superare i torbidi, conseguenti all'assedio e alle rappresaglie sillane (81 - 79 a.C. ); tra queste soprattutto i Caecinae che sono in posizione spesso di prestigio, come A. Caecinae Severus, consul suffectus nell'anno I a. C., al quale si deve la dedica del teatro romano di Vallebona.
Con l'ordinamento territoriale augusteo, Volterra costituì uno dei municipi della VII ragione, l'Etruria e, nel V sec., alle prime invasioni barbariche la città strutturatasi in forme castrensi, era già sede vescovile a capo di una diocesi che ricalcava i confini del municipium romano e della lucomonia etrusca e costituiva una delle circoscrizioni ecclesiastiche più importanti della Tuscia Annonaria.
Volterra - Pisa
  • L'alto medioevo
  • Il libero comune e i vescovi-conti
  • La guerra con Firenze
Volterra - Pisa

 

L'alto medioevo

Assoggettata dagli Eruli e dai Goti, ospitò successivamente un presidio bizantino e, durante il regno longobardo, divenne sede di gastaldo, facendo parte della dotazione del re. Nel periodo più oscuro delle invasioni, appare la leggendaria figura del vescovo Giusto, patrono da Volterra, che, insieme ai compagni Clemente e Ottaviano, si rese benemerito della città a causa di imprese civili e religiose cui dette luogo durante la sua vita. Nei IX-XI sec., per il favore degli imperatori carolingi, sassoni e franconi, inizia e si sviluppa la signoria civile dei vescovi volterrani, che, esenti dalla giurisdizione comitale e forti di privilegi e immunità, finirono per imporre la loro civile autorità non solo in Volterra ma anche su molti popoli della diocesi.

Contemporaneamente, il risveglio economico generale, di cui appare qualche barlume negli ultimi tempi longobardi, porta la città ad essere il polo di focalizzazione non solo degli interessi religiosi, ma anche della vita sociale, economica e giurisdizionale del contado: i quattro mercati concessi dagli imperatori carolingi durante il IX sec. in concomitanza ad altrettante feste religiose, oltre a dimostrare la ripresa dei traffici e dei commerci nel territorio volterrano, rivestono una grande importanza, essendo mercati franchi, esenti da gabelle.

Volterra - Pisa

Il libero comune e i vescovi-conti

 

Edificio merlato: il trecentesco Palazzo dei Priori, il più antico della Toscana, con la caratteristica torre campanaria a pianta pentagonale irregolare

L'aumento della popolazione (dopo l'anno Mille) al termine delle ultime invasioni ungare e la fine dei conflitti fra Berengario I e Alberto marchese di Toscana che portarono alla quasi totale devastazione di Volterra, provocano la nascita dei primi borghi che si addensano ai margini della zona del Castello: il borgo di Santa Maria (attuale via Ricciarelli) e il borgo dell'Abate (attuale via Buonparenti e via Sarti), l'uno perpendicolare l'altro parallelo alle mura castellane. Ma nella prima Particolare della Torre del Porcellino; è visibile, poggiato su una mensola esterna, la scultura a tutto tondo raffigurante un maiale o un cinghiale.metà del XII sec. Volterra si organizza in libero comune, pronto a lottare con il vescovo per il possesso della città e delle ricchezze del suo territorio: consapevole che il maggior provento della città è la produzione del sale di sorgente, acquista diritti sullo sfruttamento delle Moie nonchè molti diritti sul'estrazione dello zolfo, del vetriolo e dell'allume nella zona di Larderello, Sasso e Libbiano.

La lotta tra il vescovo e il comune fu lunga ed aspra ed ebbe il suo culmine con i tre vescovi della stessa potente famiglia dei Pannocchieschi: l'esito dello scontro fu favorevole al comune, ma ben presto Volterra dovette fare una politica tutta rivolta alla sua conservazione e molto conciliante verso Pisa, Siena e soprattutto verso Firenze.
Dal punto di vista urbanistico si assiste ad una riorganizzazione dell'insediamento che configura in maniera pressocchè definitiva la città. La prima iniziativa importante è la edificazione della nuova cinta muraria che sostituì quella etrusca del IV sec. a. C. troppo ampia per assicurarne le difese visto il numero della popolazione residente: il lavoro occupò il comune fino dai primi anni dell Duecento e impegnò ingenti risorse economiche. Contemporaneamente alla costruzione delle mura nuove sorgono il palazzo del Popolo, poi dei Priori e la sistemazione della piazza dei Priori, la "platea communis" già chiamato Prato.
E intorno al Prato sorgono fin dai primi anni del XIII sec. le prime costruzioni a torre fra cui quella detta del Porcellino che diventò in seguito la sede del Podestà. Il palazzo dei Priori iniziato nel 1208 da maestro Riccardo, fu terminato nel 1257 sotto il Podestà Bonaccorso Adimari, come si legge nella lapide appoista sulla facciata. Il complesso sorgeva isolato: un chiasso, chiuso in epoca posteriore lo divideva dal Duomo; l'accesso avveniva da due arcate che davano su di un ampio loggiato terminato da un Arengo.
Anche il Duomo e il Battistero che costituiscono l'altro nucleo urbano importante, subiscono grandi lavori di ristritturazione: l'ingrandimento e la decorazione esterna della facciata della Cattedrale viene assegnata dal Vasari a Nicola Pisano nel 1254.

La guerra con Firenze

 

Palazzo dei Priori - particolare di stemma gentilizio apposto sulla facciata

Palazzo dei Priori - particolare di stemma gentilizio apposto sulla facciata

Intanto, il contrasto tra il temporalismo ecclesiastico e le istituzioni comunali favorì agli inizi del XIV sec. il sorgere di condizioni adatte per l'affermazione di una Signoria e Ottaviano Belforti assunse il ruolo di signore della città. Il governo personale dei Belforti finì miseramente nel 1361, anno in cui, uno dei suoi membri, fu decapitato nella pubblica piazza per aver pattuito la vendita della città a Pisa. Ma la fine dei Belforti fu anche il disastro della città: i fiorentini, venuti da amici per aiutare i volterrani a liberarsi della tirannide, pretesero, come compenso, la custodia della Rocca e l'esclusione dai pubblici uffici di uomini legati in qualche modo a Volterra, ad eccezione dei loro concittadini. La repubblica volterrana, nonostante la formale proclamata indipendenza, divenne suddita di Firenze, che sempre di più mostrava interesse non solo alle ricchezze naturali controllate dalla città, ma anche alla sua ubicazione che poteva costituire un fortissimo baluardo avanzato contro la repubblica nemica di Siena: se ne ebbe una conferma, quando la repubblica fiorentina estese anche al territorio volterrrano la legge sul catasto, contrariamente ai patti convenuti tra due le parti. Seguirono gravi agitazioni di popolo contro la legge e Giusto Landini, patrizio popolare, pagò con la vita la sua opposizione alla politica egemonica di Firenze. Antagonismi di interessi privati, rivalità e invidie, animosità ed avversione di famiglie e di classi, l'interesse personale di Lorenzo dei Medici causarono l'inutile guerra delle Allumiere, terminata con il sacco di Volterra nel 1472, ad opera Veduta parziale della Fortezza Medicea e di Porta a Selcidelle milizie del duca di Montefeltro.

 

 

Assorbita nello stato fiorentino, la città fu sottoposta ad un duro trattamento che provocò l'emigrazione di molte famiglie facoltose e la conseguente alienazione dei beni a prezzo di fallimento. Il segno visibile del dominio fiorentino in Volterra è la costruzione tra il 1472 e il 1475 del Mastio, la Fortezza voluta da Lorenzo il Magnifico per controllare contemporaneamente la città e costituire una roccaforte verso il territorio senese.

 

Il periodo rinascimentale

Mentre si operava nelle difese, le grandi famiglie volterrane dettero il via a numerose trasformazioni dei loro palazzi secondo i modelli elaborati dalla cultura architettonica fiorentina. La probabile presenza di Michelozzo nel cantiere del convento di San Girolamo a Velloso (1445) e di Antonio da San Galllo il vecchio, nella ristrutturazione della "Vendita" (attuale palazzo vescovile) potrebbe aver facilitato la diffusione dei modelli fiorentini: case e palazzi come quelli delle famiglie Pilastri, Ricciarelli, Minucci e Gherardi conoscono un rimodernamento delle facciate e un adeguamento delle antiche torri al nuovo gusto diffuso dalla città dominante.

Particolare del dipinto di Cristo in Gloria di Domenico Ghirlandaio

Nel 1530, in un'ultima disperata speranza di riacquistare le libertà perdute, Volterra si ribellò ai fiorentini in guerra con i Medici, alleandosi con questi ultimi, ma fu ripresa e nuovamente saccheggiata dal Ferrucci. Restaurati i Medici a Firenze, Volterra perse definitivamente la propria indipendenza, e divenne una delle città dello stato mediceo di cui seguì le sorti; ma con il dominio granducale inizia per Volterra e il suo territorio un perido di lenta ma progressiva decadenza che si protrarrà fino a tuto il XVIII sec.
La ripresa della lavorazione dell'alabastro verso la metà del XVI si realizzò quasi esclusivamente come fatto d'arte e non si orientò verso indirizzi commerciali. Anche il tessuto insediativo non mostra grosse trasformazioni; si possono trovare alcuni interventi di completamento, come palazzo Inghirami (facciata realizzata su progetto di Gherardo Silvani) e di nuove costruzioni soprattutto religiose, fra le quali spicca la riedificazione della chiesa dei SS. Giusto e Clemente.

dall'Ottocento ai giorni nostri

 

Foto storica di antica locomotiva alla stazione di Volterra

Verso la fine del XVIII sec. e nella prima metà del XIX sec. si registrano incrementi nell'agricoltura, nella commercializzazione dell'alabastro e un decisivo miglioramento nei collegamenti viari; l'abitato urbano è oggetto di un generale adeguamento e riordinamento: si ha la costruzione del teatro Persio Flacco (1819), l'apertura della passeggiata dei ponti e della nuova carrozzabile per le saline (1833) nonchè il restauro degli edifici posti nella piazza dei Priori (1846).

Nella seconda metà del secolo, dopo l'unità d'Italia, a parte alcune ristrutturazioni degli spazi all'interno del centro storico per far posto agli uffici del nuovo regno, l'intervento di maggior rilievo è la creazione dell'ospedale psichiatrico (1888). Infine il 13 marzo 1860 con 2315 voti favorevoli, 44 dispersi e 78 contrari Volterra vota la sua annessione all'Italia unita, pagando il suo contributo di sangue sia all'edifiazione dell'unità nazionale nella guerra 1915-18 sia alla lotta di resistenza contro il fascismo. In passato l'economia del terrritorio si basava soprattutto sulla estrazione del rame, dell'allume, dell'alabastro e del sale che venivano lavorati nelle manifatture volterrane ed esportati.
Oggi, con l'emigrazione avvenuta nel secondo dopoguerra, l'industria si basa su piccole aziende artigianali per la lavorazione dell'alabastro, sull'estrazione del salgemma, su qualche industria metelmeccanica e chimica; la popolazione residente dalle 17840 unità nel 1951 è scesa a 13800 nel 1991.
Una delle fonti principali di reddito è attualmente il turismo: Volterra infatti è in grado di mostrare non solo i grandi monumenti che hanno caratterizzato i suoi 30 secoli di storia ma possiede e gelosamente conserva tre strutture museali di notevole interesse storico artistico, il Museo Guarnacci, la Civica Pinacoteca e il Museo Diocesiano di Arte Sacra.

Volterra - Pisa


Cosa vedere in città

Volterra è oggi una città dal caratteristico aspetto medievale, dove è ancora possibile gustare l'atmosfera di un antico borgo, grazie al relativo isolamento che ha limitato lo sviluppo industriale e commerciale, impedendo quello scempio edilizio che spesso accompagna lo sviluppo economico.
Volterra moderna è racchiusa quasi completamente entro la cerchia delle mura duecentesche e che sono il punto di arrivo di un processo di espansione urbana che, iniziata intorno all'anno mille trova la sua conclusione ai primi del 1300 con la costruzione dei sistemi difensivi in prossimità delle porte principali della città. Infatti, la città ridotta in forma castrense nel periodo tardo-antico (sec.V) e il cui perimetro è oggi segnato dal Piano di Castello, Porta all'Arco, via Roma, via Buonparenti, via dei Sarti e via di Sotto, si sviluppa intorno all'antica chiesa di Santa Maria (attuale cattedrale) e al contiguo pratus episcopatus, oggi piazza dei Priori, mentre al di fuori del castrum o castellum, sorgono, dopo l'anno mille il borgo di Santa Maria, attuale via Ricciarelli, perpendicolare alle mura del castello, e il borgo dell'Abate, attuale via dei Sarti, parallelo alle stesse mura.

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Ai margini del prato sorgono le Incrociate costituite da potenti complessi di torri e che costituiscono il segnale tangibile dello sviluppo urbano verso est, ovest e nord: sono i crux viarum dei Buomparenti, di Sant'Agnolo e dei Baldinotti.
Nel corso del duecento sul pratus episcopatus non solo viene costruita la domus comunis (Palazzo dei Priori, 1208) aderente alle absidi del duomo, ma si delimitano anche i termini della stessa piazza e si limitano l'altezza delle torri in misura diversa nelle diverse zone urbane minuziosamente descritte. In asse con il Palazzo dei Priori sorge secondo un uso urbanistico tipicamente toscano la piazza S.Giovanni dove si affacciano tutti gli edifici pertinenti all'azione della chiesa: la cattedrale, il battistero, la casa dell'Opera, l'ospedale di Santa Maria, il cimitero (attuale via Turazza).
L'odierno circuito medievale delle mura racchiudeva, fino a pochi anni orsono, quasi tutta la città che non ha avuto nei secoli una forte espansione urbanistica rimanendo, pertanto, quasi uguale a se stessa con i suoi quattro borghi medievali, raccordati alla città da strade in salita. Sono i borghi di S.Alessandro, sulla via delle Saline guardante la Val di Cecina, di S.Lazzaro, sulla via per Firenze e Siena, di S.Stefano e di S.Giusto, il più lontano dalla città, in prossimità delle Balze e dominato dalla possente mole della chiesa dedicata al patrono; è per definizione il borgo di Volterra tanto che, comunemente, si indica con "i borghi" il borgo di S.Giusto.
Alla fine dell'ottocento e nel primo trentennio di questo secolo nella zona di borgo S.Lazzero è sorto il grande complesso dell'ospedale psichiatrico, trasformato oggi in moderna struttura ospedaliera, dove, l'eclettismo dell'architettura primo novecento si mescola alla grandiosa e tronfia architettura del periodo fascista.
Sempre nella zona di S.Lazzero si può vedere l'antica stazione ferroviaria, inagurata nel 1912, che collegava attraverso ardite ponteggiature la città a Saline.

La piazza dei Priori

Foto della Piazza dei Priori

Il terreno sul quale nel periodo comunale sorse il cuore della vita cittadina era di pertinenza del vescovo, che vi esercitava la sua giurisdizione, ne regolava l'attività mercantile, riscuoteva le tasse e si identificava con il prato vescovile, in origine prato del re. E il comune, appena sorto, cercherà di sostituirsi all'autorità vescovile in queste funzioni, dettando, a sua volta, leggi e statuti. Intorno alla spiazzata del Prato incominciarono a sorgere le torri e la prime abitazioni e sulla vasta spianata fu piantato, all'uso tedesco, un olmo, sotto il quale si radunavano abitualmente i consoli e gli anziani per discutere e legiferare.

Volterra - Pisa

 

Palazzo dei Priori

 

Foto del palazzo dei Priori

Edificato da maestro Riccardo nel 1239 come recita l'iscrizione vicino al portale d'ingresso, presenta la forma di un parallelopipedo. La facciata, percorsa da tre file di bifore tra i porta-fiaccole e i porta-stendardi tra i quali è inserita l'unità di misura del comune, la canna volterrana, è infiorata dagli stemmi inghirlandati robbiani dei magistrati fiorentini del XV-XVI sec.. Ai lati, i due pilastri sormontati dai due marzocchi sorreggenti lo scudo fiorentino furono aggiunti nel 1472, quando il palazzo divenne sede del capitano di giustizia, a simboleggiare il dominio fiorentino sulla città. Il palazzo è sormontato da una torre pentagonale che dopo il terremoto del 1846 ebbe l'attuale coronamento dall'architetto Mazzei, che operò altri interventi negli edifici prospicienti la piazza.
All'interno, decorato dagli stemmi di capitani fiorentini, sono conservati una Crocifissione e Santi, affresco di Pier Francesco Fiorentino che dipinse anche l'altra Crocifissione nell'anticamera del sindaco, mentre la Vergine con il Bambino è attribuita a Raffaellino del Garbo. Nella sala del Maggior Consiglio, decorate con scritte e stemmi nel XIX sec., spicca l'affresco riportato su tela dell'Annunciazione fra Santi Cosma e Damiano e San Giusto e Ottaviano di Jacopo di Cione e Nicolò di Pietro Gerini. Nella parte destra tela lunettata raffigurante le Nozze di Cana di Donato Mascagni, XVI sec.. Nella sala attigua detta della Giunta: tavola raffigurante Persio Flacco di Cosimo Daddi, un affresco monocromo riportato su tela riproducente San Girolamo, due piccole tele raffiguranti Adorazione dei Magi di Giandomenico Ferretti (XVIII sec.) e Nascita della Vergine di Ignazio Hugford, una tela con il Giobbe di Donato Mascagni. Nella controparete: sinopia dell'affresco dell'Annunciazione esistente nella sala del Consiglio: intorno, postergali lignei finemente intarsiati del XV sec., provenienti dal Monte Pio.
E' possibile visitare la sala del Consiglio e della Giunta.

Palazzo Pretorio e Torre del Porcellino

Foto Palazzo Pretorio e Torre del Porcellino

Formato da più corpi di fabbrica e ridotto allo stato attuale nel XIX sec., fu sede dei Podestà e dei Capitani del Popolo. Sulla torre, concordemente ritenuta una delle più antiche della città, sopra una mensola è la figura di un porcellino da cui il popolare nome dato alla Torre.

 

Palazzo Vescovile

Edificato come Casa dei Grani o Vendita perché serviva per i magazzini del grano, fu adibita a Palazzo Vescovile solo dopo il 1472, quando il palazzo dei Vescovi, nella zona di Castello, fu raso al suolo dai fiorentini per la costruzione del Maschio. Alla foderatura dei grandi archi di prospetto, sembra abbia lavorato Antonio da San Gallo il Vecchio.

Palazzo Incontri

Sede della Cassa di Risparmio di Volterra, il complesso aggrega strutture medievali e rinascimentali che un recente restauro ha reso perfettamente leggibile.
Dopo il Concilio di Trento fu sede del Seminario fino al termine del XVIII sec..

Palazzo del Monte Pio

Ridotto alla forma attuale agli inizi di questo secolo per armonizzare con gli atri edifici medievali della piazza, il palazzo risulta un insieme di torri e strutture del XIII sec., ben visibili nel retro della costruzione, nell'adiacente vicolo Mazzoni.

La cinta muraria

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La cinta medievale volterrana fu edificata nel secolo XIII. Iniziata, al sorgere del secolo durante il regime consolare, come rifacimento e rafforzamento della muraglia etrusca, fu proseguita metodicamente fino al 1254, anno in cui i fiorentini imposero con le armi il costituto popolare e il governo di parte guelfa. Nel 1260 il regime ghibellino, succeduto a quello guelfo, constatata la vulnerabilità del sistema difensivo volterrano dovuta al troppo esteso perimetro del circuito etrusco, ingaggiò quaranta maestri di pietra finché la città non fosse completamente murata: iniziato nell'autunno del 1260, il lavoro fu portato a termine nel giro di pochi anni.

Le porte

Porta all'Arco

 

Foto di antica porta etrusca: Porta all'Arco

Porta etrusca, inserita nel ricorso delle antiche mura del V sec. a.C., deve senza dubbio la sua conservazione al suo utilizzo nella cinta medievale cittadina del XIII sec.. La costruzione di questa porta sembra si debba riferire a tre epoche diverse: i fianchi formati da blocchi rettangolari come le mure e a queste contemporanei, mentre gli archi, in tufo sembrano una ricostruzione avvenuta dopo l'assedio di Silla (80-82 a.C.). Di incerta collocazione le tre teste poste a decorazione dell'esterno, che potrebbero evocare sacrifici di vite umane nella conservazione di nuove costruzioni, o un ricordo del costume di affiggere alle porte le teste tagliate dei nemici vinti. Forse potrebbero rappresentare Giove e i Dioscuri, oppure la Triade Capitolina, Giove Giunone e Minerva.

Porta a Selci

 

Foto di antica porta medievale: Porta a Selci

L'attuale porta, a semplice arco a tutto sesto, fu costruita nel XVI sec. in sostituzione della più antica, detta anche del Sole, rimasta interrata per gli ampliamenti della Rocca Vecchia nel XV sec.. Da porta a Selci si diramavano le strade verso il territorio Senese.

 

 

 

Porta Marcoli

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Costruita, forse, nel XIV sec., metteva in diretta comunicazione con il monastero olivetano di S. Andrea (oggi Seminario) e serviva di comodo accesso agli agricoltori della campagna circostante.

Porta di Docciola

Costruita nel XIII sec. metteva in comunicazione la città con la vallata circostante, ricca di acqua e lussureggiante di vegetazione. La porta conserva le strutture caratteristiche delle porte volterrane del XIII sec. con un arco interno ed esterno a tutto sesto e con all'interno un arco ogivale entro cui si svolge un arco ribassato o scemo.

Porta Fiorentina

Foto di antica porta medievale: Porta Fiorentina

Detta anticamente di S. Agnolo per la vicina chiesa dedicata all'arcangelo, offre la stessa struttura architettonica delle porte volterrane, anche se sono visibili evidenti rimaneggiamenti eseguiti nel XVI sec., quando la porta, durante l'assedio del 1530, fu colpita nella torre sovrastante dove era racchiuso un deposito di munizioni. Da questa porta si diparte la via per Firenze, attraverso l'Era, Castagno, Gambassi, e Castelfiorentino.

 

 

 

 

Porta San Francesco

Detta anche di Santo Stefano o Pisana, perché attraverso la Val d'Era portava a Pisa. È l'unica porta che conserva nella volta tracce di affreschi che, come sappiamo, erano presenti in tutte le porte di accesso alla città. All'interno, a destra, è scolpita la canna pisana, unità di misura leggermente più lunga di quella volterrana, scolpita sulle facciate del Palazzo dei Priori.

Porta San Felice

Costruita da un solo semplice arco a sbarra che si appoggia a due tronchi disgiunti di mura castellane, anomala rispetto alle altre porte cittadine, offre insieme alla cappellina del santo con ilcampanile a vela, e lo sfondo di orizzonte, che si offre all'infinito verso il mare, un quadro quanto mai pittoresco rendendolo uno dei luoghi più suggestivi della città.

Porta Diana

Fuori della cinta delle mura medioevali, in direzione della Val d'Era, oltre il cimitero comunale, si trova quello che rimane di questa porta etrusca. Il tempo non è riuscito a distruggere la porta che collegava la città con la principale necropoli etrusca.

Le Fonti

Fonte di Docciola

Volterra - Pisa

 

 

Presso la porta omonima, fu costruita nel 1254 da maestro Stefano, come ricorda la lapide inserita fra i due grandi archi ogivali che formano il portico. Oggi solitaria e maestosa, a fondo di un'alta ripa, insieme all'omonima porta forma uno dei complessi architettonici più familiari e suggestivi delle città. La sua acqua che serviva da forza motrice ai molti mulini allineati lungo il botro che scende verso l'Era veniva usata nel Medio Evo, dall'Arte della lana che qui aveva i suoi opifici.

Fonti di San Felice

Stilisticamente affine a quella di Docciola, fu edificata nella forma attuale nel 1319 per volere dei cittadini del borgo di Santo Stefano, a opera di Chelino Ducci Tancredi soprastante, come recita l'iscrizione inserita all'imposta dei due grandi archi. Accanto alla fonte, oltre a resti di mura etrusche, esiste un arco che gli storici locali chiamano Porta Romana, e che doveva servire di accesso alle vicine Terme Guarnacciane.

La fortezza medicea

 

Foto di antica fortezza medicea

Costruita sul più alto ripiano del monte volterrano, è costituita da due corpi di fabbrica, la Rocca Antica e la Rocca Nuova, uniti insieme da una doppia cortina, coronata da un ballatoio sorretto da archetti pensili (bertesche) il cosiddetto Cammino di Ronda, mentre all'interno forma un vasto piazzale.
La Rocca antica presso porta a Selci, include parti di più antica fortificazione resi visibili da recenti restauri, e la torre di forma semiellittica, detta volgarmente la Femmina, attribuita al Duca di Atene.
La Rocca Nuova fu fatta innalzare da Lorenzo de Medici sul luogo dove esisteva il Palazzo dei Vescovi distrutto dai fiorentini nel 1472. È costituita da ampio quadrato di pietra panchina, i cui angoli terminano in baluardi circolari: al centro si innalza la Torre del Mastio, che si impersona e rende famosa la Fortezza, della quale è la parte più monumentale.
Edificata ad uso militare fu, fin dall'inizio, utilizzata come carcere politico; nelle sue celle passarono sia gli oppositori dei Medici, sia i patrioti del nostro Risorgimento Nazionale.
Oggi ospita reclusi a vita e a tempo, con una sezione di carcere giudiziario.

le case torri

Casa-Torre Buonparenti

Volterra - Pisa

 

Si trova fra la via omonima e via Ricciarelli ed è uno dei punti più caratteristici della città. La casa-torre dei Buonparenti unita dall'altissimo arco in muratura con il fortilizio dell' Angelario costituiva il crocevia di Borgo Santa Maria, punto di partenza dell'espansione urbana in epoca comunale. La casa-torre che in via Ricciarelli (borgo di Santa Maria) è vicinissima a quella dei Buonparenti apparteneva ai Bonaguidi, legati in consorteria con i primi.

Casa-Torre Toscano

http://www.comune.volterra.pi.it/flex/images/D.cb68ef9618c198be020b/torre_toscano.jpg

È un gruppo di torri, alla confluenza di via Matteotti e di pazzetta San Michele, fatto costruire nel 1250 da Giovanni Toscano tesoriere di Re Renzo di Sardegna, che fece innalzare da Giroldo da Lugano intorno ad una torre posta in S. Agnolo una vera e propria dimora magnatizia, come attesta l'iscrizione scolpita sopra il portone d'ingressso. L'edificio passò in proprietà ai Rapucci, quindi ai Cafferecci e ai Guarnacci che aggiunsero alla casa-torre il palazzo seicentesco che si snoda lungo la via di sotto già via degli Asinari.

 

Casa-Torre Baldinotti

Anticamente incrociata o quadrivio dei Marchesi il palazzo sulla via Turazza presenta al piano terra una serie di arcate sormontate da coni in pietra dove, per la presenza di botteghe nel luogo, venivano fissati i cardini delle porte che si aprivano sulla strada.

I palazzi rinascimentali

Palazzo Inghirami

Fu fatto costruire dall'Ammiraglio Jacopo Inghirami nel XVII sec. su disegno di Gherardo Silvani. Ampie finestre mensolate fanno da cornice al grandioso portale in bugnato alla cui sommità è il busto bronzeo del grande ammiraglio vincitore a Bona attribuito al Tacca.
Per maggiori informazioni consultare il seguente sito:

Palazzo Maffei

Fatto costruire da Monsignor Mario Maffei vescovo di Cavallion le cui spoglie riposano nel monumento eseguito da G. Angelo Montorsoli in Duomo, fu compiuto nel 1527 come indica l'iscrizione sotto la cornice del primo piano. Ampie finestre sormontate da sporgenti timpani triangolari e con altri a coronamento orizzontale sono riquadrate da solenni marcapiano, da ampie paraste angolari e dalla gronda sporgente a cassettoni. Il Palazzo divenuto, nel XVIII sec. proprietà del Guarnacci, fu la prima sede del museo e della biblioteca che da lui prendono il nome. Secondo una vaga testimonianza del Vasari, la facciata sarebbe stata dipinta a fresco da Daniele Ricciarelli.

Palazzo Beltrami

Finestre con arco a tutto sesto, incorniciate da conci in bugnato e da eleganti marcapiano caratterizzano la facciata cinquecentesca di questo palazzo, già appartenuto ai Desideri.

Palazzo Lisci, (oggi Marchi)

Antico ospedale di Santa Maria, detto di Via Nuova, presenta una facciata la cui costruzione è riconducibile almeno a due differenti epoche: la parte inferiore in pietra, con due grandi archi otturati e una iscrizione marmorea recante il nome dello spedalingo, è databile alla metà del XIII sec. mentre più recente, XVIII sec., appare la parte superiore a cortina di mattoni.

Palazzo Incontri (oggi Viti)

Il caldo colore dell'intonaco che fa da sfondo alle grandi finestre timpanate e quadrate, ai marcapiano, alle paraste angolari eseguiti col "panchino" volterrano, rende solenne la facciata di questo palazzo, assegnato tradizionalmente, all'Ammannati e nel cui interno fu costruito nel 1819 un Teatro su disegno dell'architetto Luigi Campani, cui fu dato il nome del poeta volterrano Aulo Persio Flacco, raffigurato, nel grande sipario, nel regno delle muse, dal pittore ottocentesco Nicolò Contestabile.

Palazzo Minucci (oggi Solaini)

Foto del cortile del Palazzo Minucci-Solaini

Attribuito dalla storiografia locale ad Antonio da San Gallo il Vecchio è tra i più singolari della città per le limpide e rigorose proporzioni del prospetto e per il mirabile ed elegante equilibrio architettonico del cortile nonché per la varietà espressiva dell'impianto distributivo e decorativo dell'interno. È sede della civica pinacoteca di Volterra.

Duomo Facciata e interno

Foto della facciata del duomo di Volterra Foto del portale dell'ingresso princiopale del duomo

Dedicata all'Assunta, la cattedrale fu ricostruita intorno al 1120 su una preesistente chiesa dedicata a Santa Maria. La facciata a salienti è divisa orizzontalmente da una cornice a trecce e fiori mentre verticalmente è ripartita in tre comparti da forti lesene quadrangolari di tipo lombardo. L'inserzione del portale marmoreo con la lunetta a tarsie geometriche, formato da materiale di sfoglio di epoca romana, è da riportarsi al XIII sec. quando tutta la fabbrica viene ingrandita e adornata, secondo il Vasari, da Nicola Pisano. L'interno, pur conservando nella struttura e nell'impianto la forma romanica a croce latina, a tre navate, per i continui rifacimenti avvenuti nel corso dei secoli, offre, in particolare sulla linea delle navate, un aspetto tardo-rinascimentale.
Ai primi decenni del Cinquecento si devono i disegni dei sei altari, in pietra di Montecatini, formati da un grande arco cassettonato, recante in fronte festoni di fiori e frutta con stemma o emblema. Esso poggia sopra una trabeazione classica e sopra due colonne scanalate, con capitelli con foglie di acanto e volute, impreziosite da nicchie, vasi e delfini.

Disegno della pianta del duomo

 

Nel 1580-84 nell'opera di adeguamento della fabbrica alle nuove norme liturgiche, scaturite dal Concilio di Trento e caldamente sostenute dal vescovo Serguidi, furono fatti scalpellinare e poi rivestire di stucco a Leonardo Ricciarelli, nipote di Daniele, i capitelli delle ventidue colonne che Giovampaolo Rossetti rivestì pure di stucco "di polvere di marmo e mattoni".

Volterra - Pisa

 

Fu eseguito, pure il soffitto a cassettoni, gradevole insieme da croci, rombi, ottagoni, fiorami, figure di santi e vari colori e oro, disegnato e messo in opera da Francesco Capriani, intagliato da Jacopo Pavolini da Castelfiorentino e messo a oro da Fulvo della Tuccia. Al centro della navata è lo Spirito Santo (il Paradiso). Intorno sono i busti dei santi della chiesa volterrana: S. Ugo e S. Giusto, S. Lino Papa, S. Clemente, le SS. Attinia e Greciniana. Al centro del transetto è la Vergine Assunta in cielo con ai lati S. Vittore e S. Ottaviano. Gli stemmi dei Medici, del Serguidi e del Comune sovrastano l'arcone trionfale e una iscrizione ricorda che il grandioso soffitto è stato realizzato grazie alla munificenza del granduca, alla sollecitudine del vescovo, alla concordia dei cittadini.

Foto del pulpito

Fu anche ricomposto un pulpito con materiali preesistenti e pezzi nuovi, dopo che fu tolto il recinto presbiteriale, che era al centro della chiesa. Le finestre romaniche furono occluse e aperte quelle rettangolari ancora in uso.
I lavori di restauro del Duomo del 1842-43, determinarono la pittura della chiesa a finte lastre bianche e grigiastre. Tutto il pavimento fu rifatto di marmo di ambrogette bianche e nere. Il finto marmo cinquecentesco delle colonne fu colorato di granito rosa, e a spese del vescovo fu fatto anche l'attuale presbiterio, il cui disegno esclusivo è di Aristodemo Solaini.
I restauri del 1934-36 provocati da un incendio, portarono il transetto alla forma gotica, per quanto non originale, con le quattro monofore digradanti e la massa muraria a filari di tufo. Furono però abbattuti i cinquecenteschi organi. A destra entrando. Monumento a Francesco Gaetano Incontri arcivescovo di Firenze: il busto è dello scultore Aristodemo Costoli (XIX sec. ) mentre il disegno e gli ornati sono di Mariano Falcini. Il paliotto costituito da otto formelle, avanzi di un antico recinto presbiteriale, accolgono negli abili giochi cromatici delle tarsie elementi ornamentali pisani e fiorentini del XII sec.

Cappelle e monumenti interni

Cappella Giorgi. Tavola raffigurante l'offerta di Volterra alla Vergine eseguita da Pieter de Witte nel 1587 su commissione del Capitano Francesco detto del Bovino della famiglia Giorgi, che appare alla sinistra della tavola.

Cappella Collaini. Tavola raffigurante la Natività di Maria, realizzata da Francesco Curradi prima del 1618.

Cappella Perissi. Tavola raffigurante la Presentazione della Vergine al tempio, di Giovan Battista Naldini eseguita nel 1590.

Cappella di San Carlo. Sopra la porta una tavola raffigurante Crocifisso con la Vergine, San Giovanni, Sant'Antonio A., San Francesco, Sant'Agostino, eseguita da Francesco Curradi nel 1611. All'interno, sull'altare di tipo vasariano una tela raffigurante l'Estasi di San Carlo Borromeo davanti alla Vergine, di Jacopo Chimenti detto l'Empoli. Alle pareti laterali Santa Maria Maddalena di Scolaro di Guido Reni e Immacolata Concezione e Santi, di Francesco Brini.

Cappella Serguidi. Attribuita al Vasari, fu terminata nel 1595 decorata di stucchi da Leonardo Ricciarelli e di pitture da Giovanni Balducci. Sull'altare tavola raffigurante la Resurrezione di Lazzaro, di Santi di Tito eseguita nel 1592. Alle pareti laterali due tele di Giovanni Balducci, 1591: Cristo caccia i profanatori dal tempio e la Moltiplicazione dei pani.

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Cappella della Deposizione. Gruppo di cinque figure in legno policromo raffigurante Cristo deposto dalla Croce, eseguito nel 1228 da ignoto scultore volterrano.

Cappella di Sant'Ottaviano. Arca contenente il corpo del Santo Eremita, eseguito nel 1522 da Raffaele Cioli da Settignano in segno di ringraziamento per la fine di una pestilenza; gli angeli cerifori ai lati dell'arca sono di Andrea Ferrucci.

Cappella Maggiore o Coro. Francesco del Tonghio e Andreoccio di Bartolomeo hanno eseguito gli stalli canonicali e la preziosa cattedra episcopale ricca di intarsi mentre le panche dei cappellani sono opera di maestri toscani del XVI sec. . Nello sfondo della volta affresco dell'Eterno Padre, ultimo resto di un ciclo di affreschi che decoravano il coro con storie della Vergine eseguiti da Niccolò Cercignani nel 1585. L'altare maggiore in marmo opera degli inizi del 1800 è concluso dal ciborio che Mino da Fiesole eseguì per la cattedrale nel 1471 a forma di un tempietto quadrato, nel cui fusto sono scolpite le tre virtù teologali. Ai lati dell'altare sono due colonne di marmo bianco a tortiglione ornate di fregi con capitelli corinzi opera del XII sec. Sostengono due figure genuflesse di angeli cerifori attribuiti allo stesso Mino da Fiesole che appartengono al ciborio.

Cappella di S. Ugo. Il corpo del santo vescovo volterrano, Ugo dei Saladini, riposa nell'urna marmorea fatta eseguire nei 1644 da Ludovico Incontri dei Cavalieri di S. Stefano e imitante nella forma e nell'ornato l'arca cinquecentesca di S. Ottaviano.

Cappella della Madonna dei Chierici. La statua lignea della Vergine con il Bambino, donata da maestro Jacopo di Ciglio, detto il Barbialla è opera giovanile di Francesco di Valdambrino, eseguita nel primo ventennio del sec. XV.

Cappella di S. Paolo o degli Inghirami. Ricca per varietà e qualità di marmi, fu costruita dall'ammiraglio Jacopo Inghirami su disegno di Alessandro Pieroni, mentre Giovanni Mannozzi, detto Giovanni da S, Giovanni, ha dipinto nei riquadri della volta e delle pareti storie della vita di S, Paolo. Da notare la visione del Battistero di Volterra, affrescato nella scena del "Corteo per Damasco" nel lunettone sopra la cimasa dell'altare, mentre a destra, davanti alla finestra, compaiono quattro personaggi di Casa Inghirami fra cui l'ammiraglio Jacopo in piacevole conversazione. Alle pareti laterali, delimitate da cornici di Nero di Porto Venere la tela di Matteo Rosselli, raffigurante "La Missione di S. Paolo a Damasco" e la tela di Francesco Curradi raffigurante "La decapitazione di S. Paolo"
Sull'altare la tela raffigurante "La caduta di S. Paolo sulla via di Damasco" eseguita nel 1623 da Domenico Zampieri, detto il Domenichino.
Sopra la porta che immette nella canonica una tela raffigurante la "Immacolata Concezione e Santi" di Cosimo Daddi (sec. XVI).

Cappella dei Verani. Tavola raffigurante la "Immacolata Concezione", eseguita da Nicolò Cercignani, detto il Pomarancio, nel 1586.

Pulpito. Sono di sicura discendenza guglielmesca (sec. XII) le tre formelle raffiguranti "L'Ultima cena, l'Annunciazione e la Visitazione, il Sacrificio di Abramo", nonché i leoni stilofori mentre la base dei cancorrenti e le lastre di alabastro intarsiato sono del 1584, anno in cui, tolto il recinto presbiteriale dal centro della cattedrale, fu composto l'attuale pulpito con materiale nuovo e vecchio di diverse scuole e provenienze.

Cappella dell'Annunziata. Tavola raffigurante l'Annunciazione di Maria di Mariotto Albertinelli con la collaborazione di Bartolomeo Della Porta, limitatamente all'angelo, come recita la scritta in carboncino dietro il quadro, che porta la data 1497.

Cappella di S. Sebastiano. Tavola raffigurante il Martirio di S. Sebastiano, eseguito da Francesco Cungi di Borgo S. Sepolcro nel 1588.

Monumento sepolcrale di Mario Maffei. Il presule, in abiti pontificali, ritratto sul sarcofago nella posa di un dormiente, è stato eseguito da Giovan Angelo Montorsoli, allievo di Michelangelo, che per volere dei familiari Guido e Paolo Riccobaldi Del Bava, vollero eternare la memoria del loro congiunto che fu cittadino benemerito della sua città, noto umanista e vescovo di Cavallion, morto in Volterra nel 1537.

Oratorio della Vergine Maria. I tabernacoli aperti nel muro e chiusi da fastosi cancelli seicenteschi in ferro battuto contengono due gruppi statuari in terracotta colorata a tutto tondo e di grandezza quasi al naturale che la recente critica ha assegnato a Giovanni della Robbia. A sinistra il Presepio con sullo sfondo affresco di Benozzo Gozzoli raffigurante la cavalcata dei Magi. A destra l'Epifania.

Cappella del S.S. Nome. In elegante cornice architettonica del Cinquecento è conservato il Monogramma di Cristo donato da San Bernardino da Siena alla città, racchiuso in preziosa teca argentea del XVIII sec.

La sacrestia. Postergali sormontati da baldacchini ed archetti finemente intarsiati forse avanzo di un antico coro, intagliati da Gaspare di Nando di Pelliccione di Colle Val d'Elsa nel 1423. Grande armadio seicentesco a forma di altare contenente preziosi busti reliquiari in argento dei Santi volterrani. Armadi a formelle intarsiati a disegni geometrici e lavabo in marmo bianco del XV sec.

Il Battistero di San Giovanni

Foto del Battistero di san Giovanni

La costruzione dell'attuale battistero è da riportarsi al XIII sec. anche se alcuni elementi architettonici e decorativi farebbero risalire la fabbrica ad epoca anteriore. Infatti l'interno tutto a filari di pietra volterrana è mosso da sei nicchie incassate nello spessore murario secondo una tipologia documentata nella zona intorno alla metà del XII sec.
Di forma ottagonale terminante con cupola, presenta una facciata rivestita di marmi bianchi e verdi con un portale che mostra la presenza a Volterra di un maestro di cultura affine a quella di Nicola Pisano, facilmente deducibile dal capitello all'imposta dell'arco con i volti delle sfingi ridenti, emergenti dal fogliame. Le sculture della scarsella sono di Mino da Fiesole e di Alessandro Balsimelli da Settignano, mentre la tavola sull'altare rappresentante l'Ascensione al cielo è di Nicolò Cercignani che la eseguì nel 1591. L'attuale fonte battesimale è di Giovanni Vaccà (1760). Nella nicchia a destra dell'altare è conservato un fonte battesimale dove sono scolpite su cinque faccie il battesimo di Cristo, la Fede, la Giustizia, la Carità, la Speranza, eseguite in marmo bianco e in forma ottagona da Andrea Cuntucci, detto il Sansovino, nel 1502.

La torre campanaria

Volterra - Pisa

 

Di fronte all'ex-ospedale di Santa Maria e separato dalla Cattedrale dalla cappella della Vergine Maria fu innalzato nel 1493 in sostituzione del vecchio che minacciava rovina come attesta l'iscrizione apposta alla base della torre. Un campanile simile fatto costruire al tempo del cardinale Giovanni dei Medici nel 1482 su disegno del Sansovino, si trova a Bolsena nel santuario dei Santi Giorgio e Cristina: è probabile che i volterrani abbiano chiesto il disegno per il loro campanile insieme alla commissione del fonte battesimale che si trova nel battistero e che il Sansovino con certezza eseguì nel 1502 come si legge nello stesso fonte.

Altre chiese

San Michele

Volterra - Pisa

 

La facciata del XIII sec. interrotta all'altezza del cornicione e modernamente completata mostra gli stemmi gigliati di casa Farnese, mentre nella lunetta sull'architrave della porta sta la copia del gruppo marmoreo della Vergine col Bambino di scultore tinesco del XIV sec. conservato nel Museo Diocesano di Arte Sacra. All'interno completamente ristrutturato nel XIX sec. è da segnalare nel presbiterio un tabernacolo marmoreo di artista fiorentino del XV sec. contenente una Madonna col Bambino in terracotta smaltata di Giovanni della Robbia e una tavola raffigurante Angelo Custode di Nicolò Cercignani di Pomarance; nella navata, una Sacra Famiglia del Maratta e la Madonna del Riscatto, affresco staccato del XV sec. attribuito a Cenni di Francesco.

Oratorio di San Cristoforo. Affresco raffigurante la Madonna col Bambino attribuito al pittore sangimignanese Vincenzo Tamagni.

San Francesco

 

Foto della cappella della croce di Giorno all'interno della chiesa di San Francesco

Lo stemma crociato del popolo campeggia sulla semplice facciata a cortine di pietra con copertura a capanna. L'interno ad una navata a capriate ha subito profonde trasformazioni durante i secoli.
Nell'altare maggiore entro un fastoso tabernacolo marmoreo settecentesco è conservata la tavola di una Madonna con il Bambino, opera di artista toscano del XV sec.. Intorno al presbiterio quattro monumenti funebri di alcuni personaggi della Famiglia Guidi, tra cui quelli di Monsignore Jacopo Guidi (1588) e dell'ammiraglio Camillo di Jacopo Guidi (1719). Dei dipinti esposti sugli altari sono da ricordare la Concezione di G. B. Naldini (1585) la Natività del Balducci, il Crocifisso di Cosimo Daddi (1602), inoltre il deposito di Mario Bardini, ricco di marmi di diversa provenienza, eseguito da G. Silvani (1616), e quello di Monsignor Mario Guarnacci, che lui stesso, ancora in vita, ideò e fece costruire. In una stanza attigua alla chiesa: gruppo di quattro figure, quasi al naturale, in terracotta smaltata a colori del volterrano Zaccaria Zacchi.

Volterra - Pisa

 

Cappella della croce di Giorno. Costruita dai Tedecinghi nel 1315, la cappella, un'elegante costruzione, è formata da due crociere archiacute e un'abside tripartita. Nella parete e nei lunettoni Cenni di Francesco nel 1410 affrescò scene della vita della Vergine e di Cristo (celebre l'affresco con la strage degli Innocenti) e con le storie della vera croce, desunte dalla Leggenda aurea di Jacopo da Varazze. Sull'altare è una tela raffigurante la Crocifissione del pittore sangimignanese Vincenzo Tamagni.

San Giusto

Grandiosa chiesa, che sorge in cima ad un inclinato piano erboso, tra due filari di cipressi: fu iniziata nel 1627 in sostituzione dell'altra crollata inesorabilmente per l'avanzare delle Balze, dall'architetto fiorentino Giovanni Coccapani, eseguita dal volterrano Lodovico Incontri, fu consacrata nel 1775. All'interno sobria architettura ad un'unica navata sono da segnalare una tela di Cosimo Daddi, raffigurante La visita di Santa Elisabetta, una tela di Giandomenico Ferretti, eseguita nel 1743, con San Francesco Saverio che predica nelle Indie, una piccola tavola, parte centrale di un polittico di Neri di Bicci del XV sec., e nell'oratorio della Compagnia, l'affresco del volterrano Baldassarre Franceschini raffigurante Elia dormiente.

Lo Gnomone. Davanti all'ingresso dell'oratorio si trova un interessante orologio solare progettato dal volterrano Giovanni Inghirami nel 1801: la luce, penetrando da un foro gnomico praticato nella cupoletta di incrocio del transetto e proiettando il raggio solare su una linea meridiana di marmo bianco, segnata sul pavimento, indica per tutto il corso dell'anno le ore 12, e non ha mai sbagliato una volta!!

San Girolamo

Volterra - Pisa

 

Costruita su disegno di Michelozzo insieme all'annesso convento francescano nel 1445. La facciata è preceduta da una portico sui cui lati si trovano due cappelle contenenti due pale in terracotta invetriata di Giovanni delle Robbia: San Francesco consegna i Capitoli del Terzo Ordine a San Lodovico di Francia e a San Elisabetta di Ungheria e il Giudizio Universale (1501).

Nell'interno, restituito in parte alle sue linee originali, ai lati dell'altare maggiore due dipinti del XV sec.: L'annunciazione di Benvenuto di Giovanni, senese, e Madonna col Bambino e Santi di Domenico di Michelino. Nella cappella attigua: Immacolata Concezione di Santi di Tito. Le due statue di San Girolamo e di San Francesco, in terracotta smaltata, sono attribuite a Giovanni Gonmelli, detto il Cieco di Gambassi.

San Lino

Fatta edificare dal beato Raffalello Maffei nel luogo dove si dice che avesse la casa il pontefice San Lino è una struttura propria dei monasteri femminili ad un'unica navata con coro disposto sulla volta centrale ribassata.
Nell'interno sull'altare maggiore tavola raffigurante la Vergine e i Santi di Francesco Curradi; alle pareti laterali la Natività della Vergine di Cesare Dandini (prima metà XVII sec.) e la Visita di Sant'Elisabetta di Cosimo Daddi di cui sono pure le lunette lungo le pareti alla impostatura della volta (1619). A sinistra nel presbiterio monumento sepolcrale del beato Raffaello Maffei eseguito da Silvio Cosini da Fiesole nel 1522.

Sant'Alessandro

Consacrata, secondo la tradizione, da Papa Callisto II nel 1120, la chiesa, dall'architettura molto elementare, presenta una copertura a capanna del tipo a fienile e all'esterno è preceduta da un portico cinquecentesco. Nell'interno soffitto a capriate, ad una sola navata, conserva una croce dipinta su tavola sagomata del XII sec., di autore toscano, e due tavole raffiguranti Santa Attinia e Santa Greciniana di Cosimo Daddi. Nella parete destra dell'altare c'è un prezioso tabernacolo marmoreo del XV sec. inserito recentemente nell'arredo della chiesa.

La Badia Camaldolese

Foto della abbazia camaldolese

Considerato il protocenobio dei monaci camaldolesi, l'abbazia con l'annessa chiesa furono costruite nel 1030 vicino alla chiesa di San Giusto al Botro che conservava i corpi dei Santi Giusto e Clemente e che si inabissò nel secolo XVII per l'inarrestabile avanzare delle Balze. Centro di cultura e di arte, ospitò al suo interno, opere di scuola giottesca, del Ghirlandaio, del Botticelli, del De Witte, del Franceschini e del Mascagni, nonchè una biblioteca ricca di manoscritti e di incunaboli. Pur nello stato di generale abbandono si ammirano all'interno l'elegante chiostro cinquecentesco, attribuiti pur senza fondamento a Bartolomeo Ammannati e il refettorio monastico dove il Mascagni nel secolo XVI relaizzò un ciclo di affreschi raffiguranti storie della vita di San Giusto. Della chiese, rovinata nel 1895, rimane un'abside romanica e la massiccia torre campanaria di epoca medievale.

Siti archeologici

  • Il teatro romano di Vallebuona
  • Acropoli
  • Necropoli
  • Le Terme Guarnacciane

 

Il teatro romano di Vallebuona

Volterra - Pisa

 

Fatto edificare in età augustea dalla famiglia Caecina, sul tipo degli odeon greci, cioé sfruttando il declivio del colle, vi si accedeva dalla zona del foro (chiesa di San Michele "in loco a foro") attraverso sistemi scalari, oggi non più visibili per il persistere delle mura medievali sul muro perimetrale della summa cavea.

Resta il piano con tre grandi esedre da dove attraverso scale coperte si scendeva al criptoportico e quindi all'ima cavea dove sono ben visibili le file di sedili dei settori centrali in tufo di Pignano e gli "itinera scalaria" cioè i gradini di accesso ai posti in pietra di Montecatini.

Particolare del Teatro Romano: itinera scalaria; si notano i sedili in tufo di Pignano e, più scuri, i gradini di accesso in pietra di Montecatini.

Particolare del Teatro Romano: interno del criptoportico

 

Porzione della scenae frons, parzialmente ricostruita, con le colonne di marmo.

Ai piedi delle gradinate uno spazio semicircolare ospitava l'orchestra oltre il quale in uno stretto fossato veniva ripiegato il sipario all'inizio dello spettacolo. Ai lati del palcoscenico, che era di legno, due corridoi (parodoi) permettevano l'accesso agli spogliatoi mentre dietro si innalzava la scena fronte (scenae frons), una parte della quale è stata modernamente ricostruita.
Dietro la scenae frons vi sono i resti della porticus post scenam, un porticato coperto elemento comune a tutti gli impianti teatrali di una certa importanza e che serviva da hall o foyer durante gli intervalli degli spettacoli.

Volterra - Pisa

 

Nell'area circoscritta dal portico sono ben visibili le fondamenta del vestribolo e dei locali destinati ai bagni caldi e freddi di un ambiente termale, edificato nel secolo IV dopo Cristo con i materiali dell'adiacente teatro andato in disuso nel corso del secolo III dopo Cristo forse a causa di un terremoto.
La forma circolare del laconicum che per l'elevata temperatura dell'acqua consentiva una vera e propria sauna, chiude gli ambienti del modesto complesso termale da alcuni ritenuto il primo luogo di culto cristiano.

La visita al teatro romano di Vallebuona è gestita dalla Società Cooperativa Sistema Museo a.r.l.

Dove si trova: Piazza Caduti Martiri dei Lager Nazisti - 56048 VOLTERRA (PI)
Telefono: 800 22 33 00
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Acropoli

Area archeologica dell'acropoli: particolare della strada intertemplare

È una vasta area in Piano di Castello dove attraverso varie stratificazioni è possibile leggere la nascita e lo sviluppo della città, a partire dalla preistoria fino al secolo XV. Ben visibili appaiono le fondamenta di due edifici, identificati come templi A e B separati da una strada intertemplare che circonda e delimita in parte il luogo cultuale.

Resti di abitazioni di età ellenistica, un complesso sistema di cisterne fra cui la cosiddetta Piscina, impianti di torri medievali e strade poggianti su fondamenti più antichi, lo sterminato paesaggio che va dal Mar Tirreno agli Appennini rendono questo luogo uno dei più interessanti e piacevoli della città.

Nel 1987 sono ripresi i lavori di scavi all'Acropoli di Volterra sotto la direzione della Prof.ssa Marisa Bonamici che, insieme agli scavi di Doro Levi (1926) e di Mauro Cristofani (1967-1972), hanno arricchito enormemente la sequenza stratigrafica e strutturale del sito.

La visita all'Acropoli è gestita dalla Società Cooperativa Sistema Museo a.r.l.

Dove si trova: Parco Archeologico 'E. Fiumi'- 56048 VOLTERRA (PI)
Telefono: 800 22 33 00
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Orario:
2 novembre - 15 marzo
10.00 - 16.00
sabato, domenica e festivi (escluso 25/12 e 01/01)

16 marzo - 1 novembre
10.30 - 17.30
tutti i giorni 

Necropoli

Particolare di coperchio di urna funeraria etrusca: testa maschile

A differenza delle più famose tombe di Tarquinia, Cerveteri, Chiusi e Populonia, gli ipogei volterrani non presentano tracce di decorazioni pittoriche o scultoree, anche se ugualmente interessanti dal punto di vista strutturale. Infatti sono scavate nel sabbione, elemento costitutivo del colle volterrrano e non si sviluppano in alzato tanto che "volgarmente" vengono chiamate e identificate come Buche etrusche. Particolarmente interessanti i due ipogei di età ellenistica, appartenuti forse alla Gens Calcina, in località Marmini di Sotto.
Uno a pianta circolare con pilastro, l'altro presenta un vestibolo quadrato sul quale si aprono quattro camere funerarie munite di banchine per la deposizione delle urnette cinerarie. Un altro notevole ipogeo che si trova in prossimità della Chiesa di San Giusto, è composto da alcune camere scavate nel sottosuolo con basi per la deposizione delle urne e sorretto da pilastri ricavati nelle roccia stessa: è databile al secolo V a.C..
Altre necropli sono presenti nella zona dell'Ulimeto, oggi in parte, inclusi nell'area ospedaliera di S. Lazzero mentre la necropoli arcaica delle Ripaie è scomparsa per lasciare il posto al moderno Campo Sportivo e le necropoli di Badia sono sprofondate nella voragine delle Balze.

Le Terme Guarnacciane

Le terme fuori la porta San Felice sono dette Guarnacciane da Monsignor Mario Guarnacci che le scoprì nel 1760. Da documenti epigrafici sembra che il complesso termale sia stato dedicato all'imperatore Gordiano e per tanto riferibile al III sec D. C..
Sono ancora ben visibili i resti della fornace per il riscaldamento (ipocaustum), due bagni per le immersioni fredde (frigidarium), una stanza destinata al bagno tiepido (tepidarium), una sala sospesa sull'ipocaustum destinata al bagno caldo (calidarium) e un ambiente per la sauna (sudatorium).
Il complesso termale di San Felice è attualmente soggetto ad interventi di restauro e di conservazione al fine di una migliore lettura e fruizione.

MUSEI

Museo etrusco Guarnacci

Dove si trova

Palazzo Desideri Tangassi 
Via Don Minzoni n° 15
56048 - Volterra (PI)

Recapiti

Tel: 0588 86347

Direttore del museo: Dr. Gabriele Cateni
E-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Restauratore museo: Stefano Sarri
Incarichi: restauri, imballaggi, controllo materiali esposti, assistenza studiosi, mostre nei musei, prestiti oggetti museali.

Caratteristiche

Volterra - Pisa

 

Il Museo Guarnacci è uno dei più antichi Musei pubblici d'Europa: nasce nel 1761 quando il nobile abate Mario Guarnacci (Volterra 1701-1785) dona il suo ingente patrimonio archeologico, raccolto in anni di ricerche e acquisti, al "pubblico della città di Volterra". La donazione -che comprendeva anche una biblioteca ricca di oltre 50.000 volumi- fu un atto di estrema lungimiranza in quanto, oltre a dotare la città di uno strumento culturale importantissimo, scongiurò il pericolo che l'ingente patrimonio accumulato si disperdesse.

Il Guarnacci, eruditissimo storico, autore, tra l'altro, di una storia dei più antichi abitatori d'Italia ("Le Origini Italiche", Lucca 1767) che appena pubblicata scatenò vivaci reazioni polemiche negli ambienti eruditi, ebbe sicuramente il grande merito di attrarre su Volterra le attenzioni dei massimi intelletti dell'epoca come Giovanni Lami, Scipione Maffei, Anton Francesco Gori, che si dedicarono alla divulgazione scientifica dei materiali della sua collezione attraverso importanti pubblicazioni e costanti notizie su riviste come "Le Novelle Letterarie", edite a Firenze per cura dello stesso Lami.



Foto di vasi etruschi: cinerarie villanoviane

La prima sede del Museo fu il palazzo Maffei (in via Guidi, oggi Matteotti) acquistato dal Monsignore appunto per collocarvi il suo patrimonio, poi alla sua morte (nel 1785), fu trasferito, assieme alla biblioteca, nel dugentesco Palazzo dei Priori. In questa sede vi rimase fino al 1877 quando, accresciuto da donativi, acquisti e dai frutti di fortunate ricerche condotte in prima persona dai responsabili scientifici dell'Istituzione, fu collocato dal direttore Niccolò Maffei nella sede di palazzo Desideri Tangassi, dove ancor'oggi si trova.

La disposizione attuale e la collocazione dei materiali risentono dell'impostazione, di stampo positivistico, data loro dal Maffei, con una separazione per classi degli oggetti e una distinzione delle urne secondo il tema del bassorilievo della cassa. Nel rispetto di questa impostazione - essa stessa memoria storica del Museo - si è cercato, in tempi recentissimi, di affiancarne un'altra, più didascalica, con un percorso cronologico ricavato all'interno dell'esposizione stessa, in grado di condurre il visitatore attraverso la lunga vicenda storica dell'etrusca Velathri.

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Il percorso cronologico inizia al Piano terreno dove sono esposti monumenti significativi pre e protostorici (sale I e I bis), orientalizzanti e arcaici ( sala II) e classici (sala III) e prosegue al secondo piano dove è illustrato il periodo storico della grande fioritura economica e artistica della città, quello dalla fine del IV al I secolo a.C..

All'inizio del percorso segnaliamo la ricostruzione delle sepolture della prima età del ferro (IX - VIII sec. a.C.): nella sala I i materiali dagli scavi 1892/1898 delle necropoli di Badia e Guerruccia; nella I bis quelli della recente scoperta della necropoli delle Ripaie (scavi 1969).

Foto di importante monumento funerario: stele di Avile Tite

Il periodo orientalizzante (VII sec. a.C.), scarsamente documentato a Volterra, è rappresentato nella sala II da significativi oggetti: il kyathos (attingitoio) in bucchero da Monteriggioni con iscrizione dedicatoria, una serie di bronzetti di offerenti, e dalle eccezionali oreficerie provenienti da Gesseri di Berignone (Volterra) donate al Museo dal Vescovo Incontri nel 1839.

Al periodo arcaico (VI sec. a.C.) appartiene invece uno dei monumenti più noti della collezione guarnacciana: la stele di Avile Tite, un monumento funerario che raffigura un guerriero armato di lancia e spada che, stilisticamente mostra strette affinità con opere greco-orientali.

Al centro della sala III opere del V sec. a.C.: uno scarabeo in corniola con iscrizione greca relativa all'artefice (Lysandros), un cratere attico attribuito alla tarda produzione del Pittore di Berlino e un calco di un capolavoro della scultura etrusca, la cosiddetta Testa Lorenzini, che raffigura una divinità e che costituisce la più antica statua di culto in marmo dell'Etruria centrale.


Foto di importante monumento funerario: urna degli sposi

Il percorso prosegue al secondo piano, che, attraverso un'esposizione selettiva di monumenti, intende dare un'immagine panoramica delle produzioni e delle sepolture del periodo convenzionalmente definito Ellenistico (fine IV-I sec. a.C.).

Elemento caratterizzante l'esposizione è l'urna cineraria tipica di Volterra e del suo territorio: in essa venivano riposti i resti del defunto dopo il rito della cremazione, quasi esclusivo a Volterra. Essa ha esteriormente, l'aspetto di un piccolo sarcofago distinto in due parti essenziali: la cassa che funge da vero e proprio contenitore delle ceneri, e il coperchio, nella fase più antica (IV sec. a.C.) semplicemente displuviato (urne semplici a cassetta) poi, esibente il defunto semisdraiato sul letto in occasione del banchetto, momento sociale al quale, in Etruria, partecipavano -con grande scandalo dei greci e dei romani- anche le donne di casa.

In questa sezione del Museo sono essenzialmente privilegiati complessi tombali di recente acquisizione che consentono di visualizzare l'urna nel suo contesto originario: quello della tomba familiare che accoglieva anche gli oggetti che i parenti collocavano accanto al monumento funerario e che, simbolicamente, consentivano al defunto di sopravvivere nell'aldilà: sono in genere suppellettili relative al banchetto (vasi per mescolare l'acqua col vino, per versare e per bere), ma anche oggetti d'ornamento e da toletta, in particolare per le donne.

Nelle sale XXVII e XXVIII corredi tombali con urne dalla necropoli di Badia del III e II sec. a.C.; la sala XXIX è dedicata alla ricostruzione a scopi didattici di una bottega antica con gli strumenti che gli artigiani volterrani dell'alabastro continuano ancora a usare perpetuando un'antichissima tradizione. Nella sala XXX è esemplificata la produzione qualitativamente più elevata delle urne, ovviamente in alabastro, la pietra locale, simile al marmo, che gli Etruschi volterrani impiegavano esclusivamente per uso funerario.

La sala XXXI dedicata a un'esemplificazione dei soggetti rappresentati nei bassorilievi delle casse: miti greci oppure scene del viaggio del defunto nell'aldilà che ci illuminano sui gusti della committenza. Con le sale XXXII e XXIIa, dedicate alla tematica del "ritratto" sui coperchi, si chiude la sezione relativa alle urne e si allarga la panoramica sulle altre produzioni artigianali della Volterra ellenistica: la lavorazione del bronzo (sale XXXIII e XXIV) con specchi, statuette votive, vasellame, monete battute dalla zecca locale e ceramiche (sala XXXVI e XXXVII) a vernice nera o a figure rosse. Nella sala XXXV sono esposti alcuni monumenti scultorei di uso funerario tra i quali particolare importanza riveste la statua di donna con bambino (la cosiddetta kourotrophos Maffei) con iscrizione dedicatoria (III sec. a.C.). Nel corridoio di uscita del secondo piano sono collocati frammenti della decorazione in terracotta proveniente da un tempio scavato sull'acropoli di Castello.

Famosa scultura in bronzo raffigurante figura maschile allungata: Ombra della sera

La collezione guarnacciana

Le sale III-IX del piano terreno e tutto il primo piano (sale XIII-XXVI) sono dedicate all'esposizione della raccolta originaria del Museo, arricchitasi fino al 1861 tramite donativi acquisti, ricerche. L'ordinamento che risale al 1877 prevede -come già indicato - una disposizione di oltre 600 urne sulla base del soggetto dei bassorilievi della cassa: motivi ornamentali (demoni, maschere, rosoni) sala IV ; animali fantastici e feroci, sala V; addio del defunto ai parenti, sala VI; viaggio agli inferi a cavallo, sala VII; con il carro coperto (carpentum), sala VIII; con la quadriga, sala IX.

Al primo piano sono esposte ancora urne con bassorilevi di argomento mitologico greco. Ciclo troiano: Cadmo che uccide il drago, Atteone sbranato dai cani, il supplizio di Dirce, Edipo e la Sfinge, i sette contro Tebe, sala XVI; Il riconoscimento di Paride per figlio di Priamo, il rapimento di Elena, Telefo nel campo dei greci, Filottete abbandonato nell'isola di Lemno, l'arrivo delle Amazzoni in aiuto di Priamo, il sacrificio dei prigionieri troiani in onore di Patroclo sala XVII; saghe ateniesi: Teseo e il Minotauro, sala XIII; il ratto delle Leucippidi, sala XIV; miti argivi: Perseo libera Andromeda, sala XIV; la vicenda di Pelope, Enomao e Ippodamia. Alcuni episodi sono tratti direttamente dall'Odissea: Ulisse e le Sirene, l'accecamento di Polifemo, la trasformazione in animali dei marinai di Ulisse, l'uccisione dei Proci, sala XVIII.

In sala XX, con un particolare risalto è esposto uno dei monumenti più significativi di tutta la collezione Il coperchio degli sposi, due anziani coniugi distesi sul letto del convivio con i volti fortemente caratterizzati, modellati in terracotta. (I sec. a.C.).

Nella sala XX al centro un altro monumento-simbolo del Museo e dell'Etruria in genere, l'ex-voto allungato di giovinetto noto come Ombra della sera. La sua grandissima fama, arricchita da leggende tanto curiose quanto false, è dovuta essenzialmente alla singolare forma di questo bronzo votivo che evoca l'ombra proiettata sul terreno dalla figura umana alla luce del tramonto e che trova singolari assonanze con opere di scultura contemporanea. Questa sua "modernità", unita allo straordinario modellato delle forme, anomale per l'allungamento innaturale della figura ma, al contempo, perfettamente proporzionate, fanno di questo bronzo uno dei capolavori della scultura etrusca del III sec. a.C..

Il primo piano del Museo che ha in tutte le sale pavimenti a mosaico provenienti da edifici di età imperiale romana di Volterra o di Segalari (Castagneto Carducci), ha altre importanti sezioni della collezione guarnacciana: il monetiere con rarissimi esemplari etruschi in oro, argento, bronzo e oltre tremila monete greche, romane repubblicane e imperiali, i bronzetti (sala XXIV), le oreficerie e le gemme (sala XXV).
Conclude la visita del primo piano la sala XXVI dedicata alla Volterra romana, nella quale sono esposti materiali provenienti dall'area urbana e da Vallebuona dove si trova il Teatro antico, splendidamente conservato del quale consigliamo la visita.
In questa sala è stata ricostruita l'iscrizione dedicatoria del Teatro fatto costruire da due personaggi della gens Caecina ai tempi di Augusto e di Tiberio.

Lungo le scale di accesso ai piani del Museo sono collocate alla parete, secondo una consuetudine del secolo scorso, moltissime epigrafi funerarie latine provenienti da Roma o dal Volterra e il suo territorio.

Pinacoteca e museo civico

Dove si trova

Palazzo Minucci Solaini
Via dei Sarti n° 1
56048 - Volterra (PI)

Recapiti

Tel: 0588 87580

Direttore della Pinacoteca: Dr. Alessandro Furiesi
Responsabile scientifico Pinacoteca e mostre
e-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Caratteristiche

Volterra - Pisa

 

Il Palazzo Minucci Solaini, nella centralissima via dei Sarti, che attualmente ospita la Pinacoteca di Volterra è tra i più singolari della città per le limpide e rigorose proporzioni del prospetto e per il mirabile equilibrio architettonico del cortile nonché per la varietà espressiva dell'impianto distributivo e decorativo dell'interno. Attribuito dalla storiografia locale ad Antonio da Sangallo il Vecchio, oggi si tende a individuare in alcuni elementi architettonici, analogie di stile con le finestre del cortile di Palazzo Strozzi e di Palazzo già Guadagni del Cronaca, nonché affinità stilistiche e decorative con Baccio d'Agnolo, che operò con il Sangallo.

Dal 1982 è sede di quella Galleria Pittorica Comunale ordinata da Corrado Ricci nel 1905 al secondo piano del Palazzo dei Priori con opere di provenienze diverse, e in particolare con il nucleo di opere raccolte fin dal 1842 nella Cappella di San Carlo annessa al Duomo, e con quello di più recente acquisizione costituito in maggioranza da opere provenienti dalla Badia Camaldolese di San Giusto conservate nell'attuale sala della giunta in Palazzo dei Priori.

Foto del chiostro del Palazzo Minucci Solaini

Il trasferimento nella nuova sede non solo ha offerto l'occasione del riordino delle opere ma ha dato vita a un più ricco museo perché affianca al nucleo originario Ricciano opere di grande interesse storico-artistico pertinenti ad enti non più in grado di assicurarne un'adeguata tutela o una soddisfacente valorizzazione. Infatti sono confluite in Palazzo Minucci Solaini sia le raccolte del conservatorio di San Lino in San Pietro sia quelle degli Spedali Riuniti di Volterra sia i nuclei medievali e moderni del Museo Guarnacci tra cui spiccano il ricco medagliere e l'interessantissimo monetiere.

La visita inizia dal primo piano a sinistra dove, nella I sala oltre ad ammirare lo splendido cassettone istoriato ci imbattiamo subito in una lunetta marmorea esempio di reimpiego di una lapide sepolcrale romana, con la scena di Atteone sbranato dai cani interpretata secondo i canoni della simbologia medievale da un ignoto artista del XII sec.. Seguono due capitelli in alabastro volterrano del XII sec., uno in particolare interessante per la raffigurazione della sirena bicodata e di Daniele fra i leoni e una piccola testa di profeta in marmo di Carrara, proveniente dalla Fontana Maggiore di Perugia e pertanto attribuita a Giovanni Pisano, (XIII sec.). Infine, una croce dipinta di maestro toscano del XII sec. affine alla cultura di Coppo di Marcovaldo riproposta inclinata rispetto all'osservatore secondo un uso documentato dalle fonti iconografiche.

Volterra - Pisa

 

Nella II sala divisa al centro da una quinta sono da segnalare i due laterali di polittico con San Giusto e Sant'Ugo di maestro senese del primo trentennio del XIV sec. e una piccola ancona con la Vergine e il Bambino fra due Santi in alto e il Crocifisso fra Santi nella parte centrale attribuita per via stilistica ad ambito ducciesco. Dalla cappella settecentesca sul cui altare è una sacra conversazione attribuita a Giandomenico Ferretti si passa nella saletta detta di "Taddeo di Bartolo" dove è collocato il grandioso polittico eseguito dallo stesso Taddeo nel 1411 dove su fondo oro grandeggia la figura della Vergine con il Bambino fra i Santi Antonio A. Giovanni B. e Francesco. L'opera che appartiene al periodo della piena maturità dell'artista è corredata da una predella che riproduce episodi salienti delle figure raffigurate nel polittico.

Particolare del dipinto del Signorelli: Annunciazione Particolare del dipinto del Signorelli: Annunciazione

Nella sala successiva una tavola mutila del pisano Jacopo di Michele detto il Gera raffigurante la Madonnna col Bambino tra le S.S. Caterina e Lucia, un polittico del fiorentino Cenni di Francesco di Ser Cenni e una Pietà del volterrano Francesco di Neri testimoniano la produzione pittorica a Volterra fra il 1300 e il primo1400. Segue il polittico di Alvaro Pirez riproducente la Vergine con il Bambino fra i Santi Nicola, Giovanni B., Cristoforo e Michele, il gruppo ligneo dell'Annunciazione del senese Francesco di Domenico Valdambrino databile al primo decennio del 1400 e una piccola Crocifissione con ploranti di artista fiorentino del XV sec. .

Nella sala successiva sono raccolte opere di artisti, che pur lavorando nella seconda metà del XV sec. si attardano in forme e stilemi di epoche precedenti: sono Stefano di Antonio Vanni con la Madonna detta "dal collo lungo" e Priamo della Quercia con il San Bernardino e altre due operette.

Si incontra di seguito una tavola raffigurante San Sebastiano fra i S.S. Nicola e Bartolomeo del fiorentino Neri di Bicci e un Cristo in pietà di Pier Francesco Fiorentino ai quali seguono la pala del Presepe e una predella con storie della Vergine del senese Benvenuto di Giovanni (1478) nonché un Cristo in pietà in terracotta, emblema del Monte Pio.

La grande pala del "Cristo in gloria", commissionata al Ghirlandaio da Lorenzo de' Medici per la Badia di San Giusto è un esempio eloquente della capacità del pittore fiorentino di affidarsi al proprio fecondo estro narrativo e di tradurre con fedeltà documentaria gli aspetti della vita e della società del suo tempo. Le stanno vicine una pala attribuita al Maestro di S. Spirito e una tavola di Leonardo da Pistoia, imitante la Madonna "del baldacchino" di Raffaello.

Nella sala seguente sono raccolte due opere di Luca Signorelli: una Madonna col Bambino e Santi dove appare lo schema a piramidi rovesciate nella disposizione delle figure e la tavola dell'Annunciazione dove la figura dell'angelo dalle vesti svolazzanti e la Madonna in piedi, in atto di ritirarsi, si compongono con l'architettura del portico in prospettiva.

 

 

Nella parete accanto è collocata l'opera che a buon diritto è considerata la perla della Pinacoteca: la pala raffigurante la Deposizione dalla croce del Rosso Fiorentino, firmata e datata 1521: dallo "sconficcamento" del corpo del Cristo dalla croce, in alto, si scende alla visione dei dolenti che piangono la morte del Salvatore, mentre la Maddalena con ardita invenzione iconografica anziché abbracciare la croce, si getta ai piedi della Madonna e il S. Giovanni si allontana dal gruppo, nascondendosi il volto fra le mani.

Usciti dalla sala detta "del Rosso Fiorentino", saliamo ancora una rampa di scale e ci portiamo nella sala detta "dei Manieristi" dove spiccano, fra le altre, le due tavole di Pieter De Witte rappresentanti il Presepe e il Compianto, opera quest'ultima di splendida qualità sia per l'impianto scenico e paesaggistico, sia per alcuni motivi iconografici come quello della Maddalena che riecheggia la Pietà di Fra Bartolomeo di Pitti e come il braccio sinistro del Cristo mollemente abbandonato dove appare un ricordo della michelangiolesca Pietà di S. Spirito. Memore della lezione di Jacopo Ligozzi è la suggestiva Natività della Vergine di Donato Mascagni per la rappresentazione dell'ambiente, la cui densa penombra è rotta dagli alti finestroni.

Segue la sala detta "della Quadreria" dove sono raccolte opere di particolare interesse storico e documentario, quali i frammenti di G. Bugiardini, i medaglioni dell'ambiente Tosini-Brina e alcune opere di scuola tedesca e fiamminga.

In ultimo ci viene incontro il capolavoro del volterrano Baldassare Franceschini, raffigurante la Madonna col Bambino e Santi, dove l'intonazione cromatica è tutta soffusa di grigi argentei e dove appare evidente la grande cultura del volterrano che spazia dal Correggio ai Caracci, da Pietro da Cortona al Cigoli, specie nella ricca dalmatica del S. Stefano.

Prima di lasciare il Palazzo si consiglia una sosta nello splendido ballatoio da dove si può ammirare uno sconfinato paesaggio e gli scavi archeologici del Teatro Romano di Vallebona.

Ecomuseo dell'alabastro

Dove si trova

Palazzo Minucci Solaini
Via dei Sarti
56048 - Volterra (PI)

Caratteristiche

Foto di particolare di un bassorilievo in alabastro

L'Ecomuseo dell'Alabastro nasce da un progetto di museo diffuso nel territorio della Provincia di Pisa che coinvolge le principali realtà locali legate alla tradizione artigianale ed artistica dell'alabastro: Volterra, Castellina Marittima e Santa Luce.

L'Ecomuseo si articola in due distinti itinerari territoriali che trovano riferimento in altrettanti musei tematici: l'itinerario dell'escavazione, documentato nel punto museale di Castellina Marittima, e l'itinerario della lavorazione e della commercializzazione, legato alla sede museale di Volterra. Ad arricchire gli itinerari contribuiscono anche l'Archivio d'Area di Santa Luce per l'itinerario dell'escavazione, il percorso all'interno di una galleria della cava del Massetto nella Valle del Marmolaio, l'Archivio d'Area presso l'Istituto Statale d'Arte di Volterra per l'itinerario della lavorazione e della commercializzazione dell'alabastro.

Il museo dell'Alabastro di Volterra si snoda in un suggestivo allestimento all'interno della medievale Torre Minucci, adiacente alla Pinacoteca Comunale. Il percorso descrive, attraverso un'accurata selezione di testimonianze, la storia della lavorazione dell'alabastro dagli etruschi ai nostri giorni attraverso un originale viaggio tra gli aspetti tecnici e materiali (il reperimento della pietra e le tecniche di lavorazione), i caratteri stilistici (le forme decorative e i modelli di riferimento), i risvolti economici e sociali (il mercato dell'alabastro e la sua diffusione, la vita dell'alabastraio e l'attività di bottega).

Gli oggetti più significativi sono due cinerari in alabastro di epoca etrusca, due capitelli che rappresentano gli unici esempi di lavorazione di alabastro nel medioevo, una raccolta di pregevoli sculture del Settecento e Ottocento, una selezione di medaglioni in alabastro opera di Albino Funaioli e alcune opere dell'artista volterrano Raffaello Consortini.

L'Ecomuseo di Volterra è un interessante punto di partenza per un itinerario urbano alla ricerca di testimonianze passate e presenti di questa ancora attuale tradizione, come i reperti etruschi conservati nel Museo Guarnacci e le numerose botteghe artigianali attive in città.


Guida all'Ecomuseo dell'Alabastro

In occasione dell'inaugurazione delle tre sedi museali di Castellina Marittima, Santa Luce e Volterra (avvenuta il 12 aprile 2003), i Comuni interessati, in collaborazione con la Provincia di Pisa, hanno realizzato un'agile guida illustrativa della storia dell'Ecomuseo dell'alabastro, delle sue finalità e delle strutture coinvolte. La guida è corredata di una interessante bibliografia.

Museo di arte sacra

Dove si trova

Palazzo Vescovile
Via Roma, 13 
56048 - Volterra (PI)

Recapiti

Tel: 0588 86290
e-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Caratteristiche

Foto del ballatoio della sala delle campane: con fregi lignei

Il Museo di Arte Sacra ha sede in alcuni locali dell'antica Canonica, oggi palazzo vescovile con ingresso dall'attuale via Roma, a lato del quattrocentesco campanile.

Auspicato da Corrado Ricci ai primi del nostro secolo, fu costruito e aperto il 20 dicembre 1932, grazie al Canonico Maurizio Cavallini, che curò la raccolta degli oggetti e la disposizione. Danneggiato durante gli eventi bellici del 1944, fu riaperto al pubblico completamente riordinato dalla Soprintendenza il 4 giungo 1956. Rimasto in questi ultimi anni chiuso per interventi strutturali e per dotarlo dei necessari impianti di allarme e antincendio, il Museo è stato riaperto al pubblico il 19 dicembre 1992.

L'esposizione presenta opere provenienti dalla Cattedrale e, in piccola parte, da chiese della Diocesi; ma il suo pregio maggiore è quello di conservare, oltre ad alcuni dipinti, sculture in legno e fittili, paramenti sacri, le uniche sculture in marmo superstiti dei grandi monumenti trecenteschi eretti nella Cattedrale.

Sotto il loggiato della canonica sono allineate alcune colonne del secolo XI. Lungo le scale si trova l'architrave della chiesa di di S. Lorenzo a Montalbano databile al secolo X. Il fregio marmoreo con rappresentazioni di cherubini, è opera di Mino da Fiesole. Undici archetti trilobati e due colonne in marmo, pertinenti forse ad un antico coro della Badia di S. Giusto, presentano i ritratti degli abati e di angeli con iscrizioni gotiche e latine del secolo XIV.

La prima sala ospita i frammenti lignei rimasti della decorazione dei soffitti a cassettone delle navate laterali del duomo, smontati nel secolo XIX. Le figure intagliate sono opera dello scultore Jacopo Paolini, che insieme all'architetto Francesco Capriani, realizzarono sul finire del secolo XVI il soffitto della Cattedrale. L'influenza pisana durante il duecento, è manifesta nelle eleganti formelle del recinto presbiteriale e dell'antico altare maggiore della Cattedrale, sei delle quali qui collocate, insieme ai calchi delle altre otto, che rimaste nella Cattedrale, sono sistemate a guisa di paliotto sotto il monumento dell'Incontri.

Crocifisso dipinto di pittore toscano del XIII sec.

I più importanti e noti tra i marmi trecenteschi sono le sette formelle rettangolari a rilievo che illustrano episodi della vita dei santi Ottaviano e Vittore. Quattro storie raffigurano il processo e il martirio di San Vittore, mentre le altre tre formelle esprimono episodi legati alla storia di Sant'Ottaviano.

Il primo a porre i sette rilievi in relazione con il cenotafio Tarlati di Arezzo, fu il Venturi che li attribuì ad Agostino di Giovanni ed Agnolo di Ventura.
Oltre a questi, i marmi più antichi, vi sono i quattro medaglioni circolari con i busti dei Santi Giusto, Clemente, Ottaviano e Vittore, eseguiti a bassorilievo di cui si vuole autore il grande Tino da Camaino.

Il sarcofago romano databile nei primi secoli d.C., segna il più precoce caso di riuso essendo stato impiegato come sepolcro del Vescovo Goffredo l'anno 1037. La pietra tombale ritraente il guerriero Michele Pigi Bonaguidi di Volterra, vestito con la corazza e la spada, eseguita nel 1378 chiude la rassegna degli oggetti conservati in questa sala.

Nella seconda sala si conservano una Madonna col Bambino fiancheggiata da due angeli in piedi che presentano due committenti inginocchiati, fortemente caratterizzati nella loro fisionomia, si dicono eseguiti da Giovanni d'Agostino. Proviene dalla lunetta del portale della Chiesa San Michele l'altra Madonna seduta col Bambino, che conferma quanto sia stata intensa l'operosità svolta a Volterra durante la prima metà del Trecento. Degno di nota per la pittura è il Crocifisso dipinto su tavola sagomata a forma di croce, eseguito da artista vicino a Giunta Pisano.


Busto reliquiario di S.Ottaviano di orafo toscano del XV sec.

Inoltre vi è la pala di Ulignano, creato da Daniele Ricciarelli nel 1545, ritrae la Vergine in trono col Bambino e i Santi Pietro e Paolo; ed è considerata opera di capitale importanza.
Oltre alle argenterie presenti nelle vetrine della terza sala, è da ricordare il crocifisso in bronzo dorato opera del Giambologna, che lo eseguì per la Cappella di san Paolo in Duomo su commissione dell'Ammiraglio Inghirami.

La pala di Villamagna, opera del Rosso Fiorentino, che la eseguì lo stesso anno 1521 della più celebre Deposizione oggi nella Pinacoteca Civica.

Nelle vetrine, fra i vari oggetti contenuti, come custodi di cuoio, croci, turiboli, navicelle, reliquari sono da segnalare: Sant'Ottaviano busto reliquario in argento sbalzato e rame dorato, opera si dice scampata alle spoliazioni Ferrucciane e riconsegnata dal Comune di Volterra alla sagrestia del Duomo l'anno 1534, opera di Antonio del Pollaiolo. Dello stesso orafo si dice la bellissima croce d'argento a doppia faccia, con disegni cesellati, foglie e ghiande, con dodici figure smaltate entro formelle quadrilobe donata da Mario Maffei il 15 agosto 1535, in luogo di altra simile rapita dal Ferrucci nel 1530.

Busto reliquario in argento di San Vittore Martire che il Ricci attribuisce all'orafo Antonio da Volterra degli inizi del secolo XV, ma la tradizione lo dice donato dal Papa Callisto II nel 1120; la base con i leoncini è opera trecentesca dei maestri Senesi Ugolino di Vieri e Viva di Lando.


Foto della sala dei Corali

Cassetta di rame dorato e pietre false, ridotta a reliquario per conservare una testa dei Santi Innocenti, dono dell'Imperatrice d'Austria al Vescovo Antinori, è ritenuto dal Ricci opera di Benvenuto Cellini.

Il ciborio di alabastro del 1575 e l'acquasantiera eseguita in marmo e alabastro datata 1567, sono due squisiti oggetti che documentano la ripresa dell'attività artigianale alabastrina, interrottasi durante il Medioevo.

Una raccolta di parati sacri databili dai secoli XV al XIX, due libri corali in pergamena con notazione gregoriana e notevolissime miniature eseguite da frate Agostino l'anno 1299, sei libri corali detti "soderini" con miniature nella prima pagina, donati, tra il 1508 e il 1510, dal Proposto della Cattedrale Antonio Zeno per onorare i Vescovi volterrani Francesco Soderini, poi Cardinale, e suo nipote Giuliano, chiudono la rassegna di questo piccolo, ma interessante museo.

Altre chiese

San Michele

Foto della chiesa di San Michele

La facciata del XIII sec. interrotta all'altezza del cornicione e modernamente completata mostra gli stemmi gigliati di casa Farnese, mentre nella lunetta sull'architrave della porta sta la copia del gruppo marmoreo della Vergine col Bambino di scultore tinesco del XIV sec. conservato nel Museo Diocesano di Arte Sacra. All'interno completamente ristrutturato nel XIX sec. è da segnalare nel presbiterio un tabernacolo marmoreo di artista fiorentino del XV sec. contenente una Madonna col Bambino in terracotta smaltata di Giovanni della Robbia e una tavola raffigurante Angelo Custode di Nicolò Cercignani di Pomarance; nella navata, una Sacra Famiglia del Maratta e la Madonna del Riscatto, affresco staccato del XV sec. attribuito a Cenni di Francesco.

Oratorio di San Cristoforo. Affresco raffigurante la Madonna col Bambino attribuito al pittore sangimignanese Vincenzo Tamagni.

San Francesco

 

Foto della cappella della croce di Giorno all'interno della chiesa di San Francesco

Lo stemma crociato del popolo campeggia sulla semplice facciata a cortine di pietra con copertura a capanna. L'interno ad una navata a capriate ha subito profonde trasformazioni durante i secoli.
Nell'altare maggiore entro un fastoso tabernacolo marmoreo settecentesco è conservata la tavola di una Madonna con il Bambino, opera di artista toscano del XV sec.. Intorno al presbiterio quattro monumenti funebri di alcuni personaggi della Famiglia Guidi, tra cui quelli di Monsignore Jacopo Guidi (1588) e dell'ammiraglio Camillo di Jacopo Guidi (1719). Dei dipinti esposti sugli altari sono da ricordare la Concezione di G. B. Naldini (1585) la Natività del Balducci, il Crocifisso di Cosimo Daddi (1602), inoltre il deposito di Mario Bardini, ricco di marmi di diversa provenienza, eseguito da G. Silvani (1616), e quello di Monsignor Mario Guarnacci, che lui stesso, ancora in vita, ideò e fece costruire. In una stanza attigua alla chiesa: gruppo di quattro figure, quasi al naturale, in terracotta smaltata a colori del volterrano Zaccaria Zacchi.

Particolare dell'affresco Strage degli Innocenti presente nella cappella della croce

Cappella della croce di Giorno. Costruita dai Tedecinghi nel 1315, la cappella, un'elegante costruzione, è formata da due crociere archiacute e un'abside tripartita. Nella parete e nei lunettoni Cenni di Francesco nel 1410 affrescò scene della vita della Vergine e di Cristo (celebre l'affresco con la strage degli Innocenti) e con le storie della vera croce, desunte dalla Leggenda aurea di Jacopo da Varazze. Sull'altare è una tela raffigurante la Crocifissione del pittore sangimignanese Vincenzo Tamagni.

San Giusto

 

Foto della grandiosa facciata della chiesa di San Giusto

Grandiosa chiesa, che sorge in cima ad un inclinato piano erboso, tra due filari di cipressi: fu iniziata nel 1627 in sostituzione dell'altra crollata inesorabilmente per l'avanzare delle Balze, dall'architetto fiorentino Giovanni Coccapani, eseguita dal volterrano Lodovico Incontri, fu consacrata nel 1775. All'interno sobria architettura ad un'unica navata sono da segnalare una tela di Cosimo Daddi, raffigurante La visita di Santa Elisabetta, una tela di Giandomenico Ferretti, eseguita nel 1743, con San Francesco Saverio che predica nelle Indie, una piccola tavola, parte centrale di un polittico di Neri di Bicci del XV sec., e nell'oratorio della Compagnia, l'affresco del volterrano Baldassarre Franceschini raffigurante Elia dormiente.

Lo Gnomone. Davanti all'ingresso dell'oratorio si trova un interessante orologio solare progettato dal volterrano Giovanni Inghirami nel 1801: la luce, penetrando da un foro gnomico praticato nella cupoletta di incrocio del transetto e proiettando il raggio solare su una linea meridiana di marmo bianco, segnata sul pavimento, indica per tutto il corso dell'anno le ore 12, e non ha mai sbagliato una volta!!

San Girolamo

Foto storica della chiesa di San Girolamo

 

Costruita su disegno di Michelozzo insieme all'annesso convento francescano nel 1445. La facciata è preceduta da una portico sui cui lati si trovano due cappelle contenenti due pale in terracotta invetriata di Giovanni delle Robbia: San Francesco consegna i Capitoli del Terzo Ordine a San Lodovico di Francia e a San Elisabetta di Ungheria e il Giudizio Universale (1501).

Nell'interno, restituito in parte alle sue linee originali, ai lati dell'altare maggiore due dipinti del XV sec.: L'annunciazione di Benvenuto di Giovanni, senese, e Madonna col Bambino e Santi di Domenico di Michelino. Nella cappella attigua: Immacolata Concezione di Santi di Tito. Le due statue di San Girolamo e di San Francesco, in terracotta smaltata, sono attribuite a Giovanni Gonmelli, detto il Cieco di Gambassi.

San Lino

Fatta edificare dal beato Raffalello Maffei nel luogo dove si dice che avesse la casa il pontefice San Lino è una struttura propria dei monasteri femminili ad un'unica navata con coro disposto sulla volta centrale ribassata.
Nell'interno sull'altare maggiore tavola raffigurante la Vergine e i Santi di Francesco Curradi; alle pareti laterali la Natività della Vergine di Cesare Dandini (prima metà XVII sec.) e la Visita di Sant'Elisabetta di Cosimo Daddi di cui sono pure le lunette lungo le pareti alla impostatura della volta (1619). A sinistra nel presbiterio monumento sepolcrale del beato Raffaello Maffei eseguito da Silvio Cosini da Fiesole nel 1522.

Sant'Alessandro

Consacrata, secondo la tradizione, da Papa Callisto II nel 1120, la chiesa, dall'architettura molto elementare, presenta una copertura a capanna del tipo a fienile e all'esterno è preceduta da un portico cinquecentesco. Nell'interno soffitto a capriate, ad una sola navata, conserva una croce dipinta su tavola sagomata del XII sec., di autore toscano, e due tavole raffiguranti Santa Attinia e Santa Greciniana di Cosimo Daddi. Nella parete destra dell'altare c'è un prezioso tabernacolo marmoreo del XV sec. inserito recentemente nell'arredo della chiesa.

La Badia Camaldolese

Foto della abbazia camaldolese

Considerato il protocenobio dei monaci camaldolesi, l'abbazia con l'annessa chiesa furono costruite nel 1030 vicino alla chiesa di San Giusto al Botro che conservava i corpi dei Santi Giusto e Clemente e che si inabissò nel secolo XVII per l'inarrestabile avanzare delle Balze. Centro di cultura e di arte, ospitò al suo interno, opere di scuola giottesca, del Ghirlandaio, del Botticelli, del De Witte, del Franceschini e del Mascagni, nonchè una biblioteca ricca di manoscritti e di incunaboli. Pur nello stato di generale abbandono si ammirano all'interno l'elegante chiostro cinquecentesco, attribuiti pur senza fondamento a Bartolomeo Ammannati e il refettorio monastico dove il Mascagni nel secolo XVI relaizzò un ciclo di affreschi raffiguranti storie della vita di San Giusto. Della chiese, rovinata nel 1895, rimane un'abside romanica e la massiccia torre campanaria di epoca medievale.

Siti archeologici
  1. Il teatro romano di Vallebuona
  2. Acropoli
  3. Necropoli
  4. Le Terme Guarnacciane

Il teatro romano di Vallebuona

 

Veduta parziale del Teatro Romano. A sinistra, resti del criptoportico; la ima cavea; sullo sfondo, resti della scenae frons.

Fatto edificare in età augustea dalla famiglia Caecina, sul tipo degli odeon greci, cioé sfruttando il declivio del colle, vi si accedeva dalla zona del foro (chiesa di San Michele "in loco a foro") attraverso sistemi scalari, oggi non più visibili per il persistere delle mura medievali sul muro perimetrale della summa cavea.

Resta il piano con tre grandi esedre da dove attraverso scale coperte si scendeva al criptoportico e quindi all'ima cavea dove sono ben visibili le file di sedili dei settori centrali in tufo di Pignano e gli "itinera scalaria" cioè i gradini di accesso ai posti in pietra di Montecatini.
Particolare del Teatro Romano: itinera scalaria; si notano i sedili in tufo di Pignano e, più scuri, i gradini di accesso in pietra di Montecatini.

Porzione della scenae frons, parzialmente ricostruita, con le colonne di marmo.

Ai piedi delle gradinate uno spazio semicircolare ospitava l'orchestra oltre il quale in uno stretto fossato veniva ripiegato il sipario all'inizio dello spettacolo. Ai lati del palcoscenico, che era di legno, due corridoi (parodoi) permettevano l'accesso agli spogliatoi mentre dietro si innalzava la scena fronte (scenae frons), una parte della quale è stata modernamente ricostruita.
Dietro la scenae frons vi sono i resti della porticus post scenam, un porticato coperto elemento comune a tutti gli impianti teatrali di una certa importanza e che serviva da hall o foyer durante gli intervalli degli spettacoli.

Pianta dell'area archeologica con il Teatro Romano e il complesso termale.

Nell'area circoscritta dal portico sono ben visibili le fondamenta del vestribolo e dei locali destinati ai bagni caldi e freddi di un ambiente termale, edificato nel secolo IV dopo Cristo con i materiali dell'adiacente teatro andato in disuso nel corso del secolo III dopo Cristo forse a causa di un terremoto.
La forma circolare del laconicum che per l'elevata temperatura dell'acqua consentiva una vera e propria sauna, chiude gli ambienti del modesto complesso termale da alcuni ritenuto il primo luogo di culto cristiano.

La visita al teatro romano di Vallebuona è gestita dalla Società Cooperativa Sistema Museo a.r.l.

Dove si trova: Piazza Caduti Martiri dei Lager Nazisti - 56048 VOLTERRA (PI)
Telefono: 800 22 33 00
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Orario:
2 novembre - 15 marzo
10.00 - 16.00
sabato, domenica e festivi (escluso 25/12 e 01/01)

16 marzo - 1 novembre
10.30 - 17.30
tutti i giorni 

Acropoli

Area archeologica dell'acropoli: particolare della strada intertemplare

È una vasta area in Piano di Castello dove attraverso varie stratificazioni è possibile leggere la nascita e lo sviluppo della città, a partire dalla preistoria fino al secolo XV. Ben visibili appaiono le fondamenta di due edifici, identificati come templi A e B separati da una strada intertemplare che circonda e delimita in parte il luogo cultuale.

Resti di abitazioni di età ellenistica, un complesso sistema di cisterne fra cui la cosiddetta Piscina, impianti di torri medievali e strade poggianti su fondamenti più antichi, lo sterminato paesaggio che va dal Mar Tirreno agli Appennini rendono questo luogo uno dei più interessanti e piacevoli della città.

Nel 1987 sono ripresi i lavori di scavi all'Acropoli di Volterra sotto la direzione della Prof.ssa Marisa Bonamici che, insieme agli scavi di Doro Levi (1926) e di Mauro Cristofani (1967-1972), hanno arricchito enormemente la sequenza stratigrafica e strutturale del sito.


Necropoli

Particolare di coperchio di urna funeraria etrusca: testa maschile

A differenza delle più famose tombe di Tarquinia, Cerveteri, Chiusi e Populonia, gli ipogei volterrani non presentano tracce di decorazioni pittoriche o scultoree, anche se ugualmente interessanti dal punto di vista strutturale. Infatti sono scavate nel sabbione, elemento costitutivo del colle volterrrano e non si sviluppano in alzato tanto che "volgarmente" vengono chiamate e identificate come Buche etrusche. Particolarmente interessanti i due ipogei di età ellenistica, appartenuti forse alla Gens Calcina, in località Marmini di Sotto.
Uno a pianta circolare con pilastro, l'altro presenta un vestibolo quadrato sul quale si aprono quattro camere funerarie munite di banchine per la deposizione delle urnette cinerarie. Un altro notevole ipogeo che si trova in prossimità della Chiesa di San Giusto, è composto da alcune camere scavate nel sottosuolo con basi per la deposizione delle urne e sorretto da pilastri ricavati nelle roccia stessa: è databile al secolo V a.C..
Altre necropli sono presenti nella zona dell'Ulimeto, oggi in parte, inclusi nell'area ospedaliera di S. Lazzero mentre la necropoli arcaica delle Ripaie è scomparsa per lasciare il posto al moderno Campo Sportivo e le necropoli di Badia sono sprofondate nella voragine delle Balze.

Le Terme Guarnacciane

Le terme fuori la porta San Felice sono dette Guarnacciane da Monsignor Mario Guarnacci che le scoprì nel 1760. Da documenti epigrafici sembra che il complesso termale sia stato dedicato all'imperatore Gordiano e per tanto riferibile al III sec D. C..
Sono ancora ben visibili i resti della fornace per il riscaldamento (ipocaustum), due bagni per le immersioni fredde (frigidarium), una stanza destinata al bagno tiepido (tepidarium), una sala sospesa sull'ipocaustum destinata al bagno caldo (calidarium) e un ambiente per la sauna (sudatorium).
Il complesso termale di San Felice è attualmente soggetto ad interventi di restauro e di conservazione al fine di una migliore lettura e fruizione.

Palazzo Incontri-Viti

Dove si trova

Palazzo Viti
Via dei Sarti n° 41
56048 - Volterra (PI)

Recapiti

Tel: 0588 84047
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Caratteristiche

Foto della sala da ballo del Palazzo Viti

La costruzione di questo edificio fu iniziata alla fine del 1500 da Attilio Incontri, nobile volterrano e ministro del granduca di Toscana. Il disegno della facciata è attribuito a Bartolomeo Ammannati.

L'edificio presenta un fronte sulla strada di oltre quaranta metri, con una profondità di quasi sedici e con due ali incompiute che racchiudono due chiostre su cui si affacciano le finestre del teatro Persio Flacco.
Il progetto originale prevedeva invece, un grande cortile porticato.
Nel 1816 gli Incontri venderono parte del piano terra ed il cortile incompiuto, su cui fu costruito il teatro.

Benedetto Giuseppe Viti, viaggiatore e commerciante dell'alabastro, comprò il palazzo nel 1850 provvedendo ad un suo radicale restauro; altri lavori furono effettuati nel 1861 in occasione della visita del re Vittorio Emanuele II.

Nel 1964 Luchino Visconti scelse alcune sale per girarvi il film "Vaghe Stelle dell'Orsa", film premiato a Venezia con il Leone d'oro.

Ambiente e Natura

Geologia e morfologia

Foto del Monte Voltraio

Situato agli estremi confini sud-orientali della Provincia di Pisa, il comune di Volterra si estende per 252 kmq tra le valli del fiume Era (a nord) e del fiume Cecina (a sud). La morfologia di questo territorio, la cui estensione in senso nordovest-sudest è doppia rispetto alla sua larghezza, è tipicamente collinare con rilievi modesti e pendii generalmente dolci.

Sotto l'aspetto geologico l'intera zona ricade all'interno di un ampio bacino pliocenico (Graben dell'Era - Bacino di Volterra) che si allunga in direzione nordovest-sudest per alcune decine di chilometri. I terreni che vi affiorano sono prevalentemente di natura argillosa e sabbiosa, ma soprattutto nelle aree meridionali e orientali del comune compaiono per buona estensione formazioni stratigraficamente sottostanti alle precedenti e riferibili ai cicli lacustre (zona di Berignone-Tatti) ed evaporitico (zone di Saline, di Mazzolla e bacini dell'Era Viva e dell'Era Morta) del Miocene superiore; nell'area orientale, infine, affiorano sporadicamente anche litotipi appartenenti al substrato pre-neoautoctono (soprattutto ofioliti e argille e calcari palombini) che grazie alle loro diverse caratteristiche litologiche conferiscono un'ulteriore elemento di varietà al paesaggio.

campagna volterrana con la città nello sfondo

Il rilievo su cui sorge Volterra (555 m.) si trova approssimativamente nella parte centrale del bacino e con le sue propaggini funge da spartiacque fra le valli dell'Era e del Cecina.

L'assetto geolitologico del colle di Volterra è piuttosto semplice trattandosi di una successione sedimentaria che presenta alla base una potente formazione argillosa a cui si sovrappone, con passaggio assai sfumato e graduale, un consistente deposito sabbioso che culmina, nella sua parte sommitale, in banchi più meno spessi di calcari arenacei.

L'area su cui sorge l'abitato si configura come un pianalto a gradoni orientato in direzione nordovest-sudest ai cui lati si distinguono due zone dalla morfologia radicalmente diversa: tutta la successione sedimentaria del colle è infatti debolmente inclinata (circa 10° verso nordest con la conseguenza che mentre sul lato occidentale e meridionale i sedimenti prevalentemente argillosi affiorano fino a quote decisamente elevate, sul lato nord-orientale le sabbie declinano quasi fino al livello del corso dell'Era, con effetti idrogeologici e geomorfologici profondamente diversi nelle due situazioni.

Il versante nordest del rilievo, ad esempio, è ripido ed inciso da valli piuttosto profonde in cui scorrono modesti corsi d'acqua alimentati da piccole, ma numerose sorgenti disposte a varie quote altimetriche, mentre quello posto a sudovest digrada con minore inclinazione e con aspetto assai più monotono verso l'ampia valle del Cecina (qui giunto a circa metà del suo corso). La diversa esposizione (e quindi il microclima) dei due versanti contribuisce infine a rendere ancora più marcate le differenze fra i rispettivi ambienti condizionandone in maniera determinante (assieme all'aspetto pedologico) la vegetazione e le potenzialità agrarie.

Il resto del territorio comunale è dominato a nord e a ovest dal grande mare delle argille plioceniche, talora sormontate da frazioni sabbiose: è la zona tipica delle balze, dei calanchi e delle biancane, delle colture estensive e della pastorizia; a sud est, invece, in corrispondenza dei depositi lacustri miocenici ha grande estensione il bosco che trova nel complesso forestale di Berignone-Tatti una delle aree naturalisticamente più importanti di tutta la Val di Cecina; a est, infine, i rilievi che si approssimano alla sponda orientale del grande bacino pliocenico di Volterra determinano ancora un ulteriore mutamento del paesaggio che si fa più mosso (e talora anche aspro) con fitte boscaglie alternate a campi coltivati.

area collinare tipica volterrana con presenza di calanchi

Nella pur varia morfologia di questo territorio gli elementi di maggior spicco e di più intensa suggestione paesaggistica sono comunque quelli che interessano le pendici occidentali del colle di Volterra ove l'erosione meteorica unita alla prolungata attività antropica (disboscamento, pastorizia, lavori agricoli ecc.) praticata nei terreni argillosi startigraficamente sottostanti e topograficamente adiacenti al deposito sabbioso-arenaceo che costituisce la parte più elevata del rilievo hanno dato luogo (dal basso verso l'alto) alla formazione di biancane (piccole cupole argillose di aspetto mammellonare con la superficie esposta a Sud completamente priva di vegetazione) e di calanchi (serie di ripidissime vallecole contigue tipiche dei terreni argillosi caratterizzate da un profilo planimetrico simile a un ferro di cavallo, rivolte prevalentemente verso sud e separate l'una dall'altra da creste piuttosto sottili ed affilate).

Risalendo ancora verso la sommità del rilievo si può infine ammirare in tutta la sua grandiosità la più celebre ed impressionante delle forme di erosione che interessano Volterrano ovvero il maestoso spettacolo delle Balze, una gigantesca voragine originata dall'azione erosiva delle acque meteoriche che infiltrandosi attraverso il deposito sabbioso sommitale (permeabile) del colle di Volterra giungono ad asportare le argille (impermeabili) a questo sottostanti provocandone così il progressivo arretramento col conseguente franamento per crollo degli spessori sabbiosi ed arenacei ad esse sovrapposti. Questo imponente fenomeno erosivo, attivo da alcuni secoli, ha coinvolto nel proprio avanzamento anche parte di una necropoli etrusca e l'antica chiesa di S.Giusto al Botro, divorata definitivemente dal precipizio nella prima metà del sec. XVII.

 

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